Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/411

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ovidio 389

componeva, benchè certo che nessun vi badasse o li capisse1; e parte ne mandava poi a Roma, non tanto per acquistar gloria quanto per isfogarsi e per tenersi vivo nella ricordanza de’ suoi, e implorare la pietà di Augusto.

I cinque libri delle Triste avea diretti o alla moglie o a persone innominate; sempre con lamentele fiacche e senza dignità; altre poi, che intitolò dal Ponto, indirizzava a singole persone, delle quali invocava o il patrocinio o la benevolenza, forse non temendo più comprometterle col mostrarsi amiche ad un disgraziato: ma tutte vanno colla stessa abjettezza di querimonie.

Gli amici non sembra si adoprassero gran fatto a suo pro; li più mostravansi indifferenti; alcuni gli rivolsero o rimproveri, od esortazioni ad aver pazienza, a consolarsi colla filosofia o distrarsi colla poesia. È così facile suggerir consolazioni ai mali degli altri! E il poeta ne soffriva; e talora indispettivasi, e dettò una lettera complessiva dove lor chiede ironica scusa se li tediò co’ suoi lamenti; persuaso però che, se l’avessero chiesta, Augusto era dispostissimo a conceder la grazia per lui2.

Così implorava anche nel protestar che non voleva implorare più. In fatto però non sembra che Augusto si mitigasse; eppure la moglie non avrà cessato d’intercedere, nè Fabio Massimo, finchè questi si uccise ed Augusto morì. La costui morte cantò Ovidio in un poema

  1.                Hic ego, finitimis quamvis circumsoner armis
                        Tristia quo possum, Carmine fata levo.
                   Quod quamvis nemo est cujus referatur ad aures,
                        Sic tamen absumo, decipioque diem.
                   Ergo quod vivo, durisque laboribus obsto
                        Nec me sollicitæ tædia lucis habent,
                   Gratia, Musa, tibi. Nam tu solatia præbes,
                        Tu curæ requies, tu medicina venis,
                   Tu dux, tu Comes es; tu nos abducis ab Istro,
                        In medioque mihi das Helicone locum.,..
                   Non liber hic ullus, non qui mihi commodet aurem,
                        Verbaque significent quid mea norit adest.
                   Omnia barbariæ loca sunt, vocisque ferinæ:
                        Omnia sunt getici piena timore soni.

    Trist, IV, 10, 12.

  2.                Magna quidem res est quam non audetis, amici,
                        Sed si quis peteret, qui dare vellet erat.

    De Ponto, III, 7.