Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/431

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torquato tasso 407


Il Tasso va appunto fra coloro, per cui l’imitazione prende il luogo dell’ispirazione, e che, procedendo non per istinto ma per arte, fan continuamente accompagnare la poesia che ricompone dalla critica che decompone.

L’epopea, che ne’ poeti cavallereschi non erasi data altra missione che il capriccio, altra legge che il talento, Torquato la prese sul serio. Quest’anima ordinata, e di sentimento soave più che robusto, libra lungamente qual delle crociate sceglierà per tema; non comprende la morale necessità, nè la sociale importanza di esse: e i due loro supremi moventi, il cristianesimo pericolante e la pericolante civiltà; le dipinge ordinate e capitanate, come sarebbero potute farsi nel Cinquecento. Innamorato della regolarità virgiliana, restringe quel gran quadro entro simmetrica cornice; tutto riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione, in luogo di fantasia; a calcoli, invece d’entusiasmo. Un’impresa, cui carattere fu lo scompiglio dell’entusiasmo, egli cangiò in azione di principe assoluto, e que’ paladini in cortigiani; v’è un capitano che dirige e comanda; v’è disciplina nelle marce, gerarchia nelle parate; i duelli son combattuti con tutte le regole; sempre la reminiscenza invece della fantasia, le raffinatezze invece dell’impeto.

Prima d’ordire il suo poema, il Tasso, tormentato dal dubbio delle regole, dalla timidità delle poetiche, avea studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni poetica che uscisse, egli volea vederla e scrisse Discorsi sull’epopea, ove dice che «i poemi eroici, e i discorsi intorno all’arte, e il modo del comporli, a niuno ragionevolmente dovrebbono esser più cari, che a coloro i quali leggono volentieri azioni somiglianti alle proprie operazioni ed a quelle de’ lor maggiori: perciocchè si veggono messa innanzi quasi una immagine di quella gloria per la quale essi sono stimati agli altri superiori; e riconoscendo le virtù del padre e degli avi, se non più belle, almeno più ornate con varj e diversi lumi della poesia, cercano di conformar l’animo loro a quello esempio; e l’intelletto loro medesimo è il pittore che va dipingendo nell’anima a quella similitudine le forme della fortezza, della temperanza, della prudenza, della giustizia, della fede, della pietà, della religione, e d’ogni altra virtù la quale o sia acquistata per lunga esercitazione, o infusa per grazia divina»1. Forse questi studj tardarongli il bisogno d’ac-

  1. Concedesi quel che si può negare, cioè che ’l diletto sia il fine della poesia;