Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/479

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gregorio vii 455

suo creato. Gregorio si lamentò che, mentre in parole si dichiarava sommesso figlio della Chiesa, trascendesse poi ne’ fatti, ed insistette perchè rilasciasse i vescovi e i beni presi: ma poichè egli non vi badava, e teneasi attorno persone scomunicate; e frattanto i principi sassoni, da lui custoditi prigionieri, l’esortavano a deporre quest’indegno regnante (diritto, non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo), Gregorio citò Enrico a Roma per giustificarsi davanti ad un Concilio.

Presone più sdegno che timore, il pertinace rispose: — Enrico, re non per violenza ma per la santa volontà di Dio, ad Ildebrando non papa ma falso frate. Questo saluto tu meriti collo scompiglio che metti nella Chiesa; tu calpestasti i ministri di essa come schiavi, e così ti procacciasti il favore del volgo. Un pezzo noi tei comportammo, perchè era debito nostro conservar l’onore della santa sede: ma il nostro riserbo ti sembrò paura, e ti rese audace sino ad alzarti di sopra della reale dignità, e minacciare di togliercela, come se tu stesso ce l’avessi data; adoprasti intrighi e frodi che maledette sieno, cercasti favore col danaro, forza d’armi col favore, e colla forza la cattedra di pace donde la pace sbalzasti. Tu, subalterno, ti elevasti contro ciò ch’era stabilito; poichè san Pietro vero papa disse: Temete Dio, onorate il re: ma tu, come non temi Dio, cosi non onori me, suo delegato. Giù dunque, o scomunicato; va nelle prigioni a subire il giudizio nostro e de’ vescovi; giù da cotesta cattedra usurpata; io Enrico, e tutti i nostri vescovi ti intimiamo, Abbasso, abbasso».

Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l’una avea per sè l’opinione popolare, l’altra la violenza; e ciascuna usò le armi sue.

Nella genesi delle potestà terrene, che si credevano non acquistate per forza o eredità, ma per elezione dei sudditi e per conferma di quello a cui era affidata la supremazia divina, si supponeva allora che prima condizione ai re per esigere fedeltà dai popoli, fosse il mantenersi ortodossi; e giacchè la fede vera sta nel grembo della Chiesa, chi ne fosse escluso cessava di meritare obbedienza. L’età nostra che s’intitola liberale, pone per fondamento delle sue costituzioni l’inviolabilità, ossia l’infallibilità del re, e freme al pensare che questo possa esser responsale degli atti suoi. Quegl’ignoranti padri nostri credeano infallibile non fosse se non quella Chiesa, con