Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/579

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giandomenico romagnosi 555

la percezione dell’essere e del fare ideabile delle cose, ciò che è l’intendere. Conformare questo, destar il sentimento del sì, del no, del dubbio ne’ nostri giudizj, aggregare l’analogo e sceverare il ripugnante, sono uffizj del senso logico.

Onde in conclusione mente sana è la facoltà d’apprendere, qualificare, confermare le nostre idee in guisa, che essendo adatte alla capacità di ciascuno, ci pongano in grado di operare con effetto preconosciuto, al modo che suole il più degli uomini. Romagnosi diceva: — Come niuno dubita del teorema del quadrato dell’ipotenusa, perchè non si potrà dimostrar che esiste un opinato certo, il quale può divenire un opinato immutabile?» e proponeva a ciò il sistema della competenza causale e dell’idealismo associato, come bastevole a conciliare i pensatori. Io sento è il primo verbo, proposto alla meditazione di chi cerca la genesi opinabile della mente sana; e secondo il principio di contraddizione credea dimostrare con fatti d’indubitabile certezza dove e come coincidono il vero e il certo.

Ma la verità da lui posta non è un ente sostanziale, bensì una qualità dei giudizj di un essere senziente; qualità non intrinseca all’idea, bensì relativa ad una posizione intellettuale. Ora un vero relativo non è il vero, il quale dev’essere assoluto, immutabile in sè, e non soltanto per noi: mentre il Romagnosi verità e giudizio fa sinonimi, e ciascuno poter assumere la propria cognizione come tipo normale della verità.

Una è la mente, discordi le produzioni di essa: l’unità pensante non può produrre dualità di fenomeni, dunque è necessario esistano altre cose fuori di me. Tale è il ragionamento del Romagnosi, diverso soltanto nella forma da quello del Tracy, ossia del Campanella. Ma regge esso al dubitare sistematico di Hume? La percezione non presenta che fenomeni: l’ordine con cui questi si succedono, porge l’idea della causalità e costituisce tutta la esperienza che abbiamo delle leggi di natura. Ma tale derivazione di fenomeno da fenomeno non è apodittica, sibbene sperimentale: darà un’induzione, non l’assoluta verità. L’opposizione medesima fra la spontaneità dell’ente e ciò che resiste, non è che fenomeno, nè importa la pretesa dualità nell’unità assoluta. Onde, per chi ripudii il postulato della causalità, non v’è contraddizione fra l’unità pensante e la dualità de’ fenomeni. E appunto la ricerca di tale causalità è lo scoglio, contro cui i filosofi ruppero sempre: dei quali taluno risolse l’uni-