Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/58

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38 illustri italiani

rito come non potesse allora primeggiare nel modo chi «non avea cura dell’anima sua».

Lui morto, la sua famiglia, ch’esso avea voluta render grande in Germania e in Italia, andò sterminata; cominciò il grande interregno; non v’era più imperatore riconosciuto, pure l’autorità non era morta; potevasi ancora recarvi appello nella contesa da principi a principi, da città a città, da cittadini a signori: e la corte suprema nel Castel di Lumello, e qualche missus dominicus rendeano giustizia. Però indebolita l’autorità superiore, ciascun regolo, ciascun barone esercitò la giurisdizione e la forza sua, il diritto del pugno, come dissero i Tedeschi, finchè conferirono la corona al men temuto fra ossi, al povero Rodolfo di Habsburg. E questi per prima cosa riconobbe le giurisdizioni e i possessi della santa sede; non si mescolò alle vicende d’Italia, nel che imitollo suo figlio Alberto, perciò imprecato da Dante che avrebbe voluto inforcasse gagliardamente gli arcioni di quest’Italia, fatta indomita e selvaggia.

Partito poi il pontefice dall’Italia anche la media e la meridionale, che più specialmente dipendea da essi, restava o agitata, o minacciata dai francesi Angioini, sicchè i Ghibellini desideravano che l’imperatore venisse, e prendesse influenza sulla meridionale, come l’avea sulla settentrionale, tanto da impedirne la ruina; venisse a vedere la sua Roma.

Ma mentre la potenza imperiale declinava, anche contro alle esuberanze pontifizie insorgeano i Governi e il pensiero. Non v’è Comune italiano che non mettesse limiti agli acquisti ecclesiastici, all’ingerenza curiale, alla potestà vescovile. A tacere d’altri regni, in Francia un gran re e gran santo, tipo dell’equità, colla quale arrivò a ben più che non i suoi predecessori e successori coll’astuzia, accentrò nel trono, la giustizia, rendendola così imparziale e regolata; cogli Stabilimenti sistemò l’amministrazione; colla Prammatica preservò dal pericolo che alla disciplina e al dogma causava il soverchio intreccio degli interessi del mondo colla fede, e l’identificarsi del potere che regola gli affari della terra con quello che schiude le porte del cielo.

Con altri intenti proseguì l’opera del santo il tristo Filippo il Bello, che dentro il regno volendo esser padrone assoluto, e fuori esercitare estesa ingerenza, per nessun riguardo o diritto non ritraeasi da una politica tutta mondana, appoggiata a soldati e legulej. Bonifazio VIII gli oppose la formola più esplicita della potestà papale, che riassumeva