Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/89

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Cicerone 69

di parte opposta ed emulo, e l’averlo a capo de’ cavalieri protetto in giudizio.

L’eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma: e Cicerone stesso, re nella tribuna, la riguarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era una delle più ghiotte curiosità l’osservare il modo con cui l’oratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia o la propria opinione.

Di due grandi quistioni (come accennammo) tessevasi la storia romana: la prevalenza dell’aristocrazia sopra la plebe: la prevalenza di Roma sopra il resto dell’Italia e del mondo. Il patriotismo all’antica dovea riporre tutte le virtù nel conseguire questi due effetti opprimendo la plebe e gli stranieri. Il vero patriziato feroce ed esclusivo, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; i quali poco a poco avevano acquistato voce, indi luogo in tutte le magistrature. La differenza sussisteva nella proprietà; giacchè i nobili aveano saputo trarre a sè la parte migliore de’ campi conquistati sul nemico, e colle arti e colle legalità assorbire le piccole porzioni toccate al plebeo, il quale, non potendo applicarsi alle arti meccaniche, restava mendico.

Le terre conquistate dividevansi in tre parti: una lasciata agl’indigeni; l’altra venduta a pro del tesoro; la terza costituiva un dominio pubblico, che suddividevasi in porzioni, di cui il possesso, non la proprietà, era conceduta ai cittadini sopra una tenue retribuzione. Era dunque come il soldo del guerriero, ma i patrizj sapevano trarlo a sè, eludendo quelli col cui sangue erasi acquistato. Un più equo riparto domandarono Licinio Stolone e più tardi i Gracchi colle leggi agrarie, che non tendeano a spossessare i ricchi dei dominj aviti, a’ quali nessuno legalmente intentò, bensì a far parte a tutti della distribuzione delle campagne conquistate: domanda così giusta, che il senato non osò mai negarla apertamente, e solo vi attraversò arti subdole o la violenza.

Roma, quand’ebbe doma tutta l’Italia, dilatò fuori le conquiste; ed eccola aver bisogno delle braccia di tutti gl’Itahani, che, come già i plebei, non vi si rassegnavano se non ricambiati con qualche