Pagina:Kirchberger - Teoria della relatività, 1923.djvu/145

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142 LA RELATIVITÀ GENERALE

scureremo le irregolarità locali — si cade in effetti in una difficoltà. Figuriamoci una sfera descritta attorno a noi, che ne costituiamo il centro, e così grande che delle piccole ineguaglianze non siano in essa percettibili; le stelle che vi si trovano, ci inviano una certa quantità di luce. Raddoppiamo il raggio della sfera: ogni stella si troverà in media due volte più lontano, e noi non percepiremo che il quarto della luce ch’essa ci inviava. Ma nello stesso tempo il volume della sfera, e con esso il numero delle stelle, se noi ammettiamo una ripartizione regolare, è stato moltiplicato per otto. E poiché noi possiamo naturalmente continuare cosí, raddoppiare il raggio della sfera, per quanto grande esso sia diventato, triplicarlo, quadruplicarlo, si dimostrerebbe che ogni punto di tutto il firmamento dovrebbe brillare in media di una luce pari a quella del sole.

Per evitare questa conclusione assurda, si dovrebbe ricorrere alle masse oscure o ad un assorbimento della luce da parte dello spazio, in ogni caso, ad un’ipotesi appositamente ideata. Rimarrebbe pur sempre invariata analoga difficoltà nei riguardi dell’azione di gravitazione delle stelle. In conseguenza l’astronomia deve prescindere dalla ipotesi di una eguale ripartizione di tutte le stelle sino all’infinito.

Certo tutte queste speculazioni non possono terminare se non con un punto interrogativo, che non può essere tolto per ragioni dipendenti da cognizioni generali teoriche. Esse sono valevoli solo per la ipotesi di un uguale empimento