Pagina:L'Utopia e La città del Sole.djvu/183

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sull'ottima repubblica. 159

propri e i frutti comuni o viceversa, o si gli uni che gli altri comuni. Nel primo caso chi avesse più suolo dovrebbe più lavorare per coltivarlo, e avere egual parte di frutti con quelli che non lavorano, e da qui nascerebbero discordie e ruina. Nel secondo caso nessuno sarebbe stimolato al lavoro, e i campi sarebbero mal coltivati, poiché ognuno pensa più a sè che alle cose comuni, e dove v'è una moltitudine di servi il servizio è peggiore, mentre ognuno rimette sull’altro il lavoro che dovrebbe fare. Nel terzo caso avverrebbe lo stesso e inoltre un nuovo male, poiché ognuno vorrebbe avere la migliore e la più gran parte nei frutti, e la minore nelle fatiche, e quindi invece dell’amicizia, non vi sarebbe che discordia e frode.

Seconda obbiezione. Contro la comunanza dei beni utili si obbietta essere necessarie più classi di persone pel buon governo della repubblica, come soldati, artefici e governatori, secondo Socrate: che se tutte le cose fossero comuni, ognuno rifiuterebbe le fatiche dell’agricoltore, e vorrebbe esser soldato e in tempo di guerra vorrebbe essere agricoltore, e non combatterebbe senza stipendio; o meglio ancora tutti vorrebbero essere rettori, giudici o sacerdoti. Cosi onorando alcuni, si aggraverebbero gli altri, aggravando i primi di minor lavoro, e quindi vi sarebbe ancora dell'ingiustizia, come per lo innanzi; è dunque meglio dividere i beni.

Terza obbiezione. La comunanza distrugge la liberalità e la facoltà di esercitare l’ospitalità, di soccorrere i poveri, poiché chi nulla possiede del suo non può fare alcuna di queste cose.

Quarta obbiezione. È un’eresia il negare la giustizia della divisione dei beni, come sostiene S. Agostino contro quelli che aveano in comune le donne e i beni e dicevano di vivere in tal modo alla maniera degli apostoli. E Soto nel lib. de Just. et Jure, dice che il concilio di Costanza condanna Giovanni Uss che nega potersi possedere qualche cosa in particolare; e Cristo disse: reddite quae sunt Caesaris Caesari.