Pagina:L'aes grave del Museo Kircheriano.djvu/25

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prefazione 9

ve. Non furono essi pochi, nè sì poveri di rinomanza, che necessario sia tesserne qui il novero o lodarne i meriti. Verso tatti professiamo una giusta venerazione : confessiamo d’avere da tutti appresa una qualche buona lezione: aggiugniam anche, che i loro errori medesimi sono stati per noi non rade volte documenti opportunissimi ad iscoprire una qualche parte di vero. Dal qual ricordare che qui facciamo gli altrui falli niuno argomenti, che noi ci vogliamo arrogare il merito dell’impeccabilità. Andrem lontani anche noi più d’una volta dal vero, non perchè al vero nemici, ma perchè il difetto di scienza e di critica non ci permetterà in ogni luogo di ravvisarlo e raggiungerlo. Tuttavia assicuriamo il publico, che non ci mostreremo restii ad accostarci alle sentenze di chi sa e ragiona meglio di noi. Ma prima che altri venga a farci manifesti i nostri errori, ci si conceda il recare qui una sola pruova degli altrui ; perchè anche di qua ognuno vegga con quali accorgimenti ci siamo studiati di percorrere quest’arduo cammino.

Plinio in quell’ampio e svariato tesoro che è la sua Storia Naturale, ha voluto lasciarci una memoria qualsiasi della introduzione dell’ aes grave figurato nel commercio di questa Roma. Egli è per noi un debito quello di mettere la narrazione di lui ad un esame quanto per noi si possa giudizioso perchè speriamo, che ciò solo basti a scoprire la cagione che ha fatto traviare tutti quasi i numismatici, che ci hanno preceduti in questo difficile argomento ; e perchè si vegga la necessità in che noi eravamo di affidarci ad una guida meno mal sicura, affin di giungere ad un termine meglio accertato che non è il pliniano.

Temeremmo, che audace potesse appellarsi l’impresa del recare in questione la testimonianza d’un tanto autore, se potessimo persuaderci, che vi fosse in questo nostro secolo un qualcuno, il qual facesse minor conto della verità che del nome di Plinio. D’altronde a questa discussione ci provocano tre gravi ommissioni che non avremmo volute mai incontrare in quel racconto. Imperocché s’è egli daprima dimentico di quel suo pudet a graecis Italiae rationem mutuari: ha dipoi preteso di darci la storia dell’aes grave romano, senza accennare neppur da lungi alla storia dell’aes grave italico, con cui il romano era indivisibilmente congiunto: ne ha per ultimo lasciato vedere troppo scopertamente, ch’egli scriveva di questi monumenti, senza forse averli avuti mai innanzi agli occhi. Ma veniamo al testo, lasciandolo, com’è, diviso nelle sue tre parti riguardanti l’origine, le impronte e il peso dì queste monete. „Servius rex primus signavit aes : antea rudi usos Romae Timaeus tradit„ (XXXIII, 13.). Ed altrove „Docuimus quamdiu populus romanus aere tantum signato usus sit: sed et alia vetustas aequalem urbi auctoritatem ejus declarat; a rege. Numa collegio tertio aerariorum fabrum instituto„ (XXXIV. 1.). Pare che i due luoghi divisi di questa storia si possano cosi riunire in un medesimo contesto. „Timeo racconta, che prima del re-