Pagina:L'imperatore Diocleziano e la legge economica del mercato.djvu/4

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vano a tenere così potentemente la balìa dei prezzi, che questi non aveano più modo e misura, e il popolo n’era affamato, e l’imperiale erario esausto fino all’ultimo danaro.

Un’occasione andava singolarmente segnalata da così fatto malanno. Quest’era il momento in cui numerosi eserciti doveansi trasferire dall’una all’altra parte dell’Impero, a preservarne il confine. Un nugolo d’incettatori traeva allora sulle loro orme, la carestia veniva ad essi seguace, i prezzi salivano di quattro ed otto volte tanto (ce lo attesta Diocleziano medesimo); nè a tanto teneasi ancor sazia la libidine de’ guadagni in que’ depredatori (depraedatores), e il soldato esinanito vi perdeva il salario ed il donativo.

Ben si comprende che la sorte del soldato dovesse occupare la mente e le cure dell’Imperatore ancor più di quella de’ rimanenti suoi sudditi. Ed è pur cosa ch’egli ci volle testificata di propria sua bocca.

Tal era il fatto.

E le cause? — Le cause prime e profonde, altre da quelle immediate dell’ingordigia e perversita de’ mercatanti, come voleasi dire; le cause che traevano i prezzi al rialzo e permettevano a codesta ingordigia medesima di esercitarsi in sì larga e rovinosa misura, di signoreggiare con aspro, irrefrenato arbitrio il mercato; le cause insomma economiche generali di quell’ordine di vicissitudini. — Ne ha indicate alcune Lattanzio, che fu di que’ tempi, e ve ne ha di più recondite ed adeguate di quelle da lui avvisate.

Lattanzio reca senz’altro la colpa della carestia a Diocleziano stesso. — La partizione dell’Impero in quattro, e lo smodato incremento di forze militari che ne conseguì; la moltiplicazione degli uffizj e uffiziali pubblici; la vanitosa libidine dell’edificare; una novella e assai rigida censuazione; infine la cupidità non mai satolla di Diocleziano: — tali sarebbero state le cagioni, alle quali era da ascriversi quella condizione di cose che sì profondamente affliggeva l’Impero.

Lattanzio però, com’altri ebbe a notare, non era probabilmente imparziale ne’ suoi giudizj su Diocleziano, egli volea mettere per intero sulla coscienza di costui ciò che in realtà avea ben altre e più profonde radici. E ben altre n’erano le primarie cagioni: — l’agricoltura stremata, le arti avvilite, i commerci svigoriti, la produzione tutta quanta mal sicura, e perciò sregolata, saltuaria, insufficiente; — effetti anche questi alla lor volta di altre cagioni ancor