Pagina:La Cicceide legittima.djvu/107

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I venti freddi, e i caldi egualmente molesti a D. Ciccio.
Al Sig. Conte Ronchi.

cxcvii.

JAm satis Terrae nivis, atque dirae
     Grandinis misit Pater, et omai
     Gli Austri bollenti, e i gelidi Rovai
     4Dovrian depor gli usati sdegni, e l’ire.
Io ne prego Giunon, per non sentire
     più D. Ciccio esclamar, come tu sai,
     Conte, ch’egli ha per uso a far, se mai
     8Gli ode per l’aria striduli a muggire.
E nel ver, qual di lor fiero, e cruccioso
     Avvien, che fuor di casa il sovragiunga
     11Sempre porta sconcerto al suo riposo,
Poi ch’ove o questi, o quegli a soffiar giunga
     Essendo freddo l’un, l’altro focoso
     14Quegli accorcia i C .... questi gli allunga.


D. Ciccio dolevasi che nella Ruota gli fosse toccato l’Appartamento più stretto.

cxcviii.

NOn è colpa d’alcun, non è disdetta,
     Qual tu la stimi, esserti toccata
     Fra gli Uditor l’abitazion più stretta,
     4Ma il tuo tardo venir l'ha cagionata.
E' usanza in questa Ruota inveterata,
     Che secondo l’arrivo, ognun si metta
     Nella stanza, che trovasi sgombrata;
     8Però d’esser il primo ogn’un s’affretta.
Per sedar dunque il cor, che ne sospira,
     Entravi ad abitarla, e più non sparga
     11Querele il labbro tuo mosso dall’ira;
Che se tu v’entri, diverrà più larga;
     Sai, che la stanza de i C .... si stira,
     14E in conseguenza si dilata, e slarga.


Il