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la donna e il lavoro 91


ze ha dimostrato, basandosi sul concetto della trasformazione dell’energia, che il lavoro va considerato come sorgente di ricchezza sempre. Se talvolta le industrie sferzate ad un rendimento eccessivo falliscono al loro scopo, ciò nasce dalla cattiva organizzazione del lavoro in sè. Quanto all’antagonismo d’interessi, la colpa non va addebitata alla donna. L’uomo, partendo dai falso concetto dell’inferiorità della produzione femminile o ritenendo quindi giusto che la donna — sol perchè donna — ricevesse un compenso minore del suo, ha creato questa incresciosa situazione di antagonismo, che in mano allo speculatore è divenuta arma formidabile di sfruttamento e si è ritorta contro l’uomo stesso. Ma non vi è chi non veda quanto questo contrasto d’interessi sia artificioso. Quando si sarà giunti alla parificazione delle mercedi per cui a lavoro eguale sarà dato salario eguale; quando il lavoro sarà considerato per il suo valore intrinseco non per il sesso di chi lo fornisce, la concorrenza tornerà a farsi normale e le diverse capacità si accentueranno naturalmente sui lavori più adatti all’uno e all’altro sesso o divergeranno da essi, a tutto vantaggio della produzione. In Italia abbiamo moltissimo da fare, sia nel campo industriale, sia perchè la terra ci dia il massimo rendimento: occorreranno le forze tutte, maschili e femminili, perchè il meraviglioso fervore di lavoro di oggi non s’indebolisca, non si arresti ma s’incanali, sapientemente diretto, verso nuovi scopi.

Ma se il pregiudizio, che per ragioni economiche circoscrive ancora il lavoro femminile, sarà facilmente eliminato dalla forza stessa degli avvenimenti, dalle necessità contingenti; assai più difficile sarà eliminare il pregiudizio che riguarda la condizione morale della donna nella società nuova che si viene formando.