Pagina:La Italia - Storia di due anni 1848-1849.djvu/68

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moltissimi gli scontenti, infrenati sol dal timore di eventualità anche più triste. Un solo fra i nuovi rettori rabbonacciava alquanto gli spiriti sconfidati; e questi era il Lamartine, che coll’arte della parola, colla nobiltà del carattere contraponeva gran peso nella dubbia fede de’ suoi colleghi.

Ho descritto con brevità e con pienezza i moti francesi, perchè essi furono una necessità emergente dalle manifestazioni italiane; quindi, la rivoluzione di Parigi, perchè fu una conseguenza del siciliano rivolgimento. E siccome quel gran popolo ha ne’ suoi mutamenti politici una espansività senza confine, gli altri di Europa — i cui diritti non erano abbastanza guarentiti od oppressi — si affidavano ad imitarlo.

E i Romani furono i primi a rappresentar devotamente le loro speranze al pontefice. Nel Circolo veniva compilato un indirizzo, mediante il quale chiedevasi, co’ termini i più convincenti, la sollecita concessione di uno Statuto e di un ministero omogeneo, compatto, liberale, non minore alla gravità degli eventi. Il senato e il consiglio dell’alma città un altro ne redigeva col proposito istesso. Il pontefice accolse que’ voti, e sicurò il senatore principe Corsini che in breve avrebbe esattamente tracciato la linea, la quale dovesse distinguere le due grandi dignità che in lui si accoppiavano, il capo del cattolicesimo ed il re. E nel vero; s’evvi governo di principe che meglio abbisogni di una formale Costituzione, gli era per l’appunto il suo; avvegnaché, essa fornisse un’assoluta indipendenza alla potestà delle somme chiavi e rendesse irresponsabile nel poter temporale la sacra persona del rappresentante di Dio sulla terra di quelle diplomatiche pecche che mai potessero farle ingiuria. Lo Statuto venne accordato a’ dì quattordici di marzo, e con entusiasmo grande ricevuto dal popolo.

Onde me’ chiarire co’ fatti il carattere subdolo e gesuitico del romano principe — il quale più tardi poco piamente asseriva aver avuta forzata la mano per la concessione dello Statuto — narrerò cosa a niun politico ignota e che la di lui coscienza — checché pur vi si adoperi — non saprà mai smentire. Era la vigilia della notificanza del patto; e il novello ministero pregava la Santità sua a volerglielo fare palese, affinchè — ove mai vi fossero articoli contrari alla propria opinione—potesse dimettersi pria che venisse fatto di pubblica ragione. Il principe rispose: «Illimitata è la fiducia che abbiamo in voi; onde, nessuna difficoltà a soddisfare alta vostra domanda. Pur, vi consigliamo ad attenderne la pubblicazione, acciò non s’abbia mai a dire che alcun laico avesse esercitato la benchè menoma influenza per la concessione, a pel compilamento dello Statuto». Di fatto, tre concistori, riunitisi per deliberare su tale faccenda, risposero a Pio IX che la forma del suo governo avesse ad essere costituzionale, ed egli nominava una commessione di cinque prelati per la redazione dello Statuto. Nessun laico v’ebbe parte, neppur di consiglio; per sino le dimostrazioni popolari si tacquero sino al giorno in cui la curialesca autorità s’ebbe le ali tarpate dalla promulgazione del nuovo patto cotanto desiderato.

I gesuiti di Roma — che cotanto aveano brigato onde que’ pubblici voti non fossero compiuti, e nella loro chiesa predicato contro i liberali, chiamandoli atei e