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la capanna dello zio tom


l’avesse invece percossa. L’espressione di quelli occhi le trafiggea l’anima; le infondea un brivido di vena in vena. Si strinse involontariamente alla donna meticcia che avea da canto, quasi questa fosse sua madre.

— «Non hai mai portati orecchini? — le chiese egli prendendo colle sue rozze mani una delle piccole orecchie della fanciulla.

— «No, padrone» rispose Emmelina, tremando e abbassando gli occhi.

— «Bene, te ne darò un paio, appena saremo giunti a casa, purchè ti regoli meco da brava ragazza. Non devi essere così spaventata; non ho intenzione di farti alcun male. Avrai buon tempo e potrai vivere da signora — purche sii compiacente verso di me.»

Legrée avea bevuto abbastanza per sentirsi in vena di buon umore; si trovava in punto della strada donde già si scoprivano i limiti della piantagione. Quel podere avea appartenuto anticamente ad un signore, uomo ricco e di buon gusto, che avea posta ogni sua cura nel migliorarlo, nell’abbellirlo. Essendo egli morto insolvibile, era passato nelle mani di Legrée, il quale non pensò che a trarne il miglior partito possibile, come solea fare in tutte le sue faccende. La casa avea adesso quell’aspetto di squallore, di abbandono, che dinota come alle cure d’un solerte proprietario sia succeduta la negligenza, la dimenticanza. Quello spazio di terra che si stende dinanzi all’abitazione, coperto anticamente di un’erbetta molle, quasi tappeto, qua e là ombreggiata da arbusti, diviso con vaghi scompartimenti, era ingombro di paglia, di frammenti di stoviglie, di rottami di ogni genere, di erbaccie donde spiccavano alcuni pali ivi confitti per legarvi i cavalli; pochi ramoscelli di gelsomino, un coprifoglio avvolgeano una colonna infranta e rovesciata; l’area, che in origine era stata destinata a giardino, si vedea ingombra di erbaccie selvatiche, maligne, donde alcune pianticelle parassite innalzavano il loro capo solitario. Si vedeano i rimasugli di un’antica serra, ma senza vetri alle finestre; sui gradini di legno, logori, imputriditi, stavano ancora diversi vasi, ma aridi, dimenticati, e dentro essi steli e foglie che ben dinotavano come appare tenessero a piante forestiere.

La carretta correva adesso lungo un viale che anticamente era coperto di ghiaia, sotto una maestosa volta di alberi della Cina, le cui graziose forme e le frondi sempre verdi pareano le sole cose che avessero potuto sopravvivere al deperimento generale; come alcuni spiriti generosi che l’avversità non abbatte, ma rinvigorisce.

La casa era stata un ampio e grazioso fabbricato, eseguito collo stile che si usa nel mezzogiorno; le scorreva tutt’allo intorno una larga verenda di due piani, in cui mettean li usci di tutte le camere: e la parte inferiore poggiava su grossi pilastri di mattone.

Ma l’aspetto dell’edifizio era squallido, melanconico; alcune finestre eran