Pagina:La difesa della razza, n.1, Tumminelli, Roma 1938.djvu/29

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Caricatura di Ebreo, del III secolo, esistente nel “Rheinisches Landesmuseum”, di Treviri.

EREDITÀ

BIOLOGICHE

E RAZZISMO


L’eredità biologica consiste nella trasmissione dei caratteri morfologici e fisiologici della specie dagli ascendenti. Secondo questo concetto tutti i caratteri di un individuo sono già presenti nell’uovo fecondato, prima cellula del futuro organismo adulto, data dalla fusione dell’elemento germinale maschile con quello femminile. Sarà dunque nelle cellule germinali dei genitori che si trovano racchiusi caratteri trasmissibili alla prole. Ed è infatti stato dimostrato che è ad una parte della cellula sessuale, e precisamente alla cromatina nucleare, che si deve la trasmissione ereditaria. Questa cromatina nucleare nelle cellule in attività riproduttiva si mostra evidente sotto forma di corpuscoli, definiti di forma e di numero costante nella stessa specie, che vengono detti cromosomi; in questi, ulteriori studi hanno precisato l’esistenza di unità più elementari — i genidi — ordinatamente allineate e ben individualizzabili, ciascuna delle quali è specializzata alla trasmissione di un determinato carattere.

Il meccanismo della trasmissione ereditaria, per quanto riguarda la distribuzione dei caratteri nella prole, è stato reso accessibile dalle deduzioni semplici e chiare che si sono tratte dalle accurate esperienze dell’Abate Gregorio Mendel, che hanno portato alla enunciazione delle leggi dell’eredità.

Il fatto però che queste leggi basavano sulla sperimentazione operata su piante o su animali di cui si teneva in esame un solo o pochi caratteri, ha fatto sì che la loro applicabilità totalitaria all’uomo sia stata a lungo discussa, nè sia ancora generalmente accettata. Infatti nelle razze umane è in molti casi difficile il discriminare se siano state seguite o no le leggi dell’eredità, e ciò oltre che per il gran numero di caratteri presenti, ancor più per il concorso nella determinazione di essi dell’azione concomitante di un numero anche molto grande di genidi; che se è vero che ogni genidio è latore di un determinato carattere, non è però meno vero che un carattere può essere il resultante della somma delle azioni di numerosi genidi; basti per esempio citare che in un moscerino (Drosophila), molto studiato dal punto di vista genetico, l’indagine ha finora rivelato che alla formazione dell’occhio normale concorrono più di cinquanta genidi. Si ammette tuttavia concordemente l’eredità mendeliana — ubbidiente cioè alle leggi dell’eredità o leggi di Mendel — per parecchi caratteri umani sia fisici, quali per esempio il colore degli occhi e dei capelli, sia psichici, quali il senso artistico, sia, e specialmente, perchè più facilmente rilevabili, patologici.

Le maggiori opposizioni si facevano e si fanno all’eredità dei caratteri mentali; infatti sull’origine di essi si dava grandissima importanza ai fattori ambientali, tanto che si giunse ad affermare l’assoluta dipendenza della formazione del carattere individuale dall’educazione ricevuta. Ora se è vero che l’organismo umano possiede in grado elevatissimo le doti di adattabilità, non è però errato pensare che l’adattabilità stessa sia legata a particolari condizioni del corredo ereditario; che cioè la diversa reazione individuale alle stesse condizioni ambientali possa dipendere dalle dissimili caratteristiche genetiche di ciascuno. Che se così non fosse non dovrebbero rilevarsi differenze sensibili tra i membri di una comunità allevata nelle stesse condizioni di ambiente; per esempio si può prendere quello offerto da un collegio, che dovrebbe presentare la uniformità dei suoi componenti; o quello della famiglia in cui si osserva che nei figli, nonostante le simili condizioni di vita cui hanno sottostato nel corso del loro sviluppo, esistono spesso profonde differenze mentali, l’unica spiegazione delle quali si ha ammettendo per ciascuno di essi un corredo genetico diverso.

Si può quindi dire che anche tutte le caratteristiche umane sono pur essere dipendenza dell’eredità di quelle dei predecessori, pur non restando con ciò infirmato il fatto che esse possano praticamente essere rese meno evidenti, o addirittura del tutto obliterate, dell’influsso di particolari condizioni ambientali.

Da quanto abbiamo detto consegue che se anche per più generazioni — e ciò naturalmente in base al concetto della non ereditabilità dei caratteri acquisiti — cerchiamo di portare mediante la somministrazione di favorevoli influssi ambientali, delle modificazioni su di un individuo comunque geneticamente tarato, riuscendo magari in tal modo ad ottenerne la completa guarigione somatica, non porteremo con ciò alcun incremento al miglioramento di una razza in quanto l’individuo, benchè somaticamente guarito, continuerà tuttavia a trasmettere alla sua prole il carattere della malattia ove questo sia, come abbiamo detto, di origine genetica. Si può anzi dire che la cura continuativa di individui geneticamente tarati porti dal punto di vista razziale all’opposto risultato, cioè, in ultima analisi, ad un peggioramento della razza, poichè crescerà continuamente in questa il numero degli individui portatori di quei dati caratteri matali, e quindi i soggetti minorati.

Consideriamo per esempio il caso di un individuo geneticamente affetto da disfunzione ipotrofica della tiroide, alterazione che, come è noto, determina tra l’altro una forma di cretinismo; poichè la malattia si deve ad insufficienza della secrezione della ghiandola basterà per normalizzare l’individuo in questione la periodica somministrazione di ormone tiroideo, ottenendo con ciò la totale scomparsa dei sintomi clinici; l’individuo cioè tornerà, grazie alla correzione umorale da noi apportata, completamente normale dal punto di vista somatico. Ma se egli si riprodurrà la malattia potrà di nuovo manifestarsi nella sua prole, che dovrà quindi ancora, se si vorrà tenerla in vita, essere sottoposta allo stesso trattamento che si era somministrato al padre. Il fatto che tale ciclo si ripeterà ad ogni generazione giustifica le conclusioni sopra enunciate.

Dobbiamo ora pensare che questo esempio dell’eredità di un carattere patologico va generalizzato all’eredità di tutti i caratteri dell’organismo. E se allora teniamo presente la varietà del patrimonio ereditario che caratterizza le razze umane ed è base della loro differenza, e che determinati caratteri di una razza possono di volta in volta presentare condizioni di inferiorità rispetto a quelli corrispondenti di un’altra, si potrà ormai ben comprendere quale sia dal punto di vista biologico lo svantaggio dell’immissione nella compagine di una razza, fornita di caratteri oreditari comunque pregevoli di individui di altra razza il cui corredo genetico è sfornito di tali caratteri o di altri simili che adeguatamente li compensino, o peggio fornito di caratteri di inferiorità rispetto ad essi. Si produrrà infatti dalla commistione un meticismo con conseguente degenerazione della razza originaria di più alta elevatura genetica.

Ora la razza italiana così ricca di caratteristiche, specialmente considerando quelle mentali, di un grado così elevato da aver sempre, ininterrottamente nel corso dei secoli, lasciato nel campo della storia di tutte le maggiori attività umane una traccia indelebile della sua squisita genialità, è veramente da porsi tra quelle razze che più debbono essere gelose della conservazione integrale del loro patrimonio ereditario.

Sia quindi accettato in pieno questo sano Razzismo Fascista tutto teso a render l’italiano di Mussolini pienamente consapevole dell’immense serie di valori, dell’immensa quantità di nobili energie che sono insite nel suo sangue generoso. Che quando egli avrà acquisita la coscienza di tale sue elevata personalità sarà questo fatto stesso, molto più di qualsiasi legge, più che sufficiente a che egli non permetta che le sue caratteristiche razziali vengano in alcun modo alterate.

Dott. MARCELLO RICCI
Assistente di Zoologia
nella R. Università di Roma



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