Pagina:La difesa della razza, n.1, Tumminelli, Roma 1938.djvu/41

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e la Razza possibile, nei suoi riguardi pensare ad altro rimedio se non ii toglierla di colpo dalle sue ormai più che perniciose funzioni di comando. Il Fascismo l’ha già fatto dal '22: ora non gli resta che completare l’opera: impedendo che suoi relitti, sia pure da posizioni di secondo ' ordine, continuino il loro triste esempio di degenerazione razziale. L’Arte, la Cultura, l’Insegnamento, deb¬ bono essere definitivamente tolti a questa detronizzata borghesia. Essa, non c’è da nasconderselo, se ne è servita e ancora se ne serve, come se non vi fosse stata la Rivoluzione Fascista. Per imbecillità e per senilità, trasmette ancora ai giovani, che non ne sono difesi, l’indifferenza deleteria per i valori della razza. Tutto vi cospira: l’arte internazionalista, tuttora da noi libera¬ mente ammessa, il pensiero individualista e liberaleggiante, la storiografia dialettica che « supera » il concetto di nazione. Quella gioventù sulla quale conta il Regime e in cui dobbiamo porre tutte le nostre speranze, impara tuttora, dalla maggioranza dei suoi maestri, che la nostra storia comincia solo nel 1870, colla formazione del Regno: prima l’Italia non esisteva. Poiché solo allora, nell’Ottocento, nacque l’idea di nazione: dal pensiero romantico ; oggi questa idea, comincia già ad essere «dialetti¬ camente» superata, e può quindi, da un giorno all’altro, essere anche superata l’Italia. La razza ? Un mito ; anch’essa un « idea » anch’essa un parto della mente degli scienziati. E non esistendo la razza, che ne è la sostanza permanente e tangibile, che realtà può avere' mai la nazione ? Cogli stessi criteri, non sembra credi-, bile, si insegna, ancora oggi, la storia di Roma. Se ne distrugge così tutta la straordinaria forza suggestiva ed educativa. Che coga è essa ad esempio per il Ferrabino, che le dedicò tre anni or sono un volume, tuttora molto diffuso e conosciuto? Nient’altro che una lotta di classi, prima dentro la città, poi dentro la peni¬ sola, poi dentro tutta l’estensione dell’Impero: una lotta, pura¬ mente economica, tra imprenditori ed agrari, nella quale erano assolutamente indifferenti la razza, la tradizione, i valori inorali. Il liberto Trimalcione, d’origine asiatica, ed arricchito col grosso commercio, è in realtà un personaggio più interessante di Catone : per lui in fondo s’è fgittp l'Impero ; per lui si è combattuto a Canne e si è vinto ad Azio : egli è « il progresso », cioè l’industria e il denaro circolare; il vecchio Catone invece, anche due secoli prima, non era che un relitto della stupida « curulita », cioè di quella Roma contadina, familiare e guerriera, che pure, vedi caso, aveva conquistato il mondo. Meglio Trimalcione, colle sue terre coltivate a schiavi, standosene in città, secondo i criteri indu¬ striali dell’« economia ellenistica », che i poderi all’antica che il padrone arava lui stesso, insieme ai figli e qualche servo, secondo il costume ricevuto dagli avi. Meglio gli « ergastoli », che Cincin¬ nato. Anzi quest’ultimo e la sua meravigliosa leggenda diventa ad un certo punto, per il Ferrabino, oggetto di scherno. In tale modo, non illudiamoci, si insegna ancora oggi da noi la storia romana. Un punto di vista, come si vede antirazzista e borghese. Altro.che formazióne dei giovani! E all’università di Roma, che dovrebbe dare una norma all’Italia, non ci è toccato per esempio di udire dal suo titolare di storia antica, il professore Cardinali, che lo stoicismo cosmopolita e indifferente alle razze, salendo al trono, segnò il più alto culmine di circa mille anni di storia romana? Che solo in esso noi dobbiamo vedere « l’essenza della romanità ». e solo da esso prendere persino norma per l'avvenire del nuovo Impero? Qualunque libro, di qualunque formato, su cui s’insegni oggi storia, nelle scuole italiane, dalle elementari all’università, è sempre concepito indipendentemente dalla razza, e spesso con delle affermazioni contrarie; qualunque libro d’arte, di lettera¬ tura, di critica, di scienze, e persino d’argomenti specifici come l’etnografia e la geografia antropica; qualunque manuale, dizio¬ nario, enciclopedia, grande o piccola, che essa sia: persino nella Enciclopedia Treccani, pure così ricca, manca come è noto, una trattazione di questo argomento. Tale è lo stato di ignoranza, per la questione della razza in cui i relitti della borghesia che in Ita¬ , lia, sebbene perduto il potere tengono ancora in mano le chiavi del¬ la cultura, lasciano non solo il popolo ma anche la gioventù che viene fuori oggi. Ignoranza quanto mai pericolosa, perchè atra ad inquinamenti ed infiltrazioni che potrebbero avere domani le più gravi conseguenze.

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La borghesia ha perduto da noi il potere; ma precario sarebbe il vantaggio della sua sostituzione ove non ci assicurassimo per sempre dalla peggiore ignominia di quella casta decaduta : il suo cosmopolitismo. Il meticciato culturale al governo del paese fu la nostra maggiore sciagura fino all’avvento del Fascismo. Questo mise per la prima volta italiani al governo dell’Italia: italiani non soltanto di sangue, ma di pensiero e di animo. La strana e dolorosa frattura sparì: le due culture, i due istinti, del popolo e dello strato dirigente divennero, per la prima volta, uno. Oggi, ciò che da allora è un fatto, viene enunziato come principio. Si pone la dottrina della razza. La quale è destinata rapidamente a ■spazzare le accennate sopravvivenze, ormai intollerabili, nel mon¬ do della cultura; e a risolvere contemporaneamente due impor¬ tanti questioni : i- rapporti con i nuovi sudditi di colore, dopo la conquista dell’Impero; e i rapporti cogli Ebrei. Per i primi vi sono già dei precisi provvedimenti che regolano i matrimonii ; per i secondi è stato solennemente dichiarato, da un gruppo di antropologi fascisti, sotto gli auspicii del Ministro della Cultura Popolare, e confermato poco dopo in una pubblica dichiarazione del Segretario del Partito, che essi non appartengono alla razza italiana. Tale affermazione alla quale seguiranno presto le giuste conseguenze pratiche, ha una importanza di primissimo piano. Si collega infatti strettamente col problema capitale della classe dirigente. La borghesia cosmopolita che ci aveva governati fino al ’22 era, nel suo più profondo nucleo, dominata dagli Ebrei: da essi era stata plasmata moralmente e culturalmente, con essi si era mescolata nel sangue, da essi era stata sempre più educata a quell’indifferenza per i valori della razza, che proprio, ad essi ferocemente razzisti, era destinato ad-assicurare, sopra una mol¬ titudine degenerata, il sicuro predominio. Separando oggi gli Ebrei dalla nazione italiana, sia nel sangue che nella cultura, con¬ siderandoli perciò semplicemente come stranieri, si elimina una volta per sempre, il tarlo più pericoloso. GIUSEPPE PENSABENE 31