Pagina:La fine di un regno, parte III, 1909.djvu/104

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specie di bello, tuttochè Cerere fosse comparsa, me presente, agli occhi del Grande Astronomo, alla quale Michelangelo Monti delle Scuole Pie applicò i detti di Tibullo: Et sua de caelo prospicit sacra Ceres. Il signor Piazzi pigliava diletto di non so quali miei fanciulleschi sofismi contro il sistema di Copernico e collocommi là in un cantuccio del suo ampio scrittoio, dove rideva in sè de’ risentiti modi a’ quali dava io di piglio a certe enormi tavole de’ logaritmi del Callet. In quel cantuccio vidi e conobbi quanti v’erano più insigni uomini e donne in Sicilia: Giovanni Meli, Domenico Scinà, Rosario di Gregorio, nomi che non periranno; il principe di Belmonte Ventimiglia, splendida natura d’uomo ed il principe di Villarmosa (chiamossi anche duca di Castelnuovo), più severo intelletto; l’amicizia dei quali nobilitò i primi giorni dell’ultima Costituzione siciliana, ma le susseguenti lor gare l’offesero. Nè infrequenti riuscivano le visite di Nelson e d’Emma Liona al P. Piazzi; ed una volta io fui testimone del nobile coraggio con cui egli usò far rimproveri ad Emma pe’ miseri casi di Napoli. Varcato il mio terzo lustro, entrai più addentro nella cognizione degli uomini e delle cose di Sicilia; ed un dì fummi additato Ruggiero Settimo, prode e leale, con cui non mi venne mai fatto di favellare nè mai più lo rividi: ma il suo volto mi sta vivo nell’animo, ed or che godo ascoltando il suono della sua fama, parmi guardarlo e potergli stringere la mano. Ascoltai nell’Università di Palermo gl’insegnamenti economici dell’austero ingegno di Paolo Balsamo, il quale s’erudì nell’Inghilterra; presso lui conobbi Niccolò Palmieri, che mi precedeva sol di sette anni ed ebbe cari gli affetti miei verso lui, ricambiandomene con puro e schietto animo; carissima gara tra un giovinetto ed uno, che usciva oramai da’ fanciulli. Spuntava intanto l’anno 1802 e Palermo vedea congregarsi quel generale Parlamento, che il re apriva della persona e che non s’era mai più visto da lunga stagione. I vescovi e gli abati dell’Ecclesiastico Braccio convenivano alla augusta solennità: i Baroni del Regno faceano pompa d’inaudito splendore nell’insolita festa e nuova mostra di feudali ricchezze: ma cheti e dimessi stavano quei pochi, da cui si rappresentava il Braccio Demaniale delle Città e delle Castella. Il Re chiedeva i danari e per tre giorni deliberava il Parlamento innanzi di concedere; nei quali oh! quanta gioia inondava i petti, scorgendosi nei Comizii dell’Isola sedere il Monarca di Napoli! Ben v’era tra’ Napolitani allora chi con generale invidia faceasi a contemplare quegli eccelsi riti del Parlamento Siciliano rimpiangendo le sorti del proprio paese, cioè della parte maggiore d’un regno unico, spogliata da più secoli do’ Parlamenti suoi, e fatta nel 1800 scema financo d’una bugiarda larva di libertà Municipale, ristretta in quelli che si chiamavano i seggi o i sedili di Napoli! Or