Pagina:La fine di un regno, parte III, 1909.djvu/162

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sincroni, nella regione devastata non pioveva dal marzo. Ad un tratto si udì un forte rombo; tremò la terra; le case e gli edificii crollarono con spaventoso fragore; e meno di un’ora dopo, una replica più forte compì l’opera di esterminio. I morti furono un migliaio: cifra enorme per una città che contava appena dieci mila anime. Forse superarono il migliaio, perchè, come notò il primicerio Araneo, raccoglitore accurato di notizie storiche della città di Melfi, non si potè accertare il numero preciso delle vittime, perchè molte non furono potute estrarre dalle rovine; e dei forestieri non fuvvi, come egli afferma, chi brigossi di ricercare i nomi.


L’impressione fu straordinaria in tutto il Regno. Da circa sessant’anni, dopo il terremoto del 1783, non vi erano più stati così immani disastri; onde si viveva nella maggiore illusione, che l’èra dei grandi terremoti fosse chiusa con la fine del secolo XVIII. Melfi ruppe le illusioni; e ancora più tragicamente le ruppe, sei anni dopo, il terremoto del 16 dicembre, il quale fece diecimila vittime; ebbe un teatro assai più vasto; avvenne di notte e sollevò un’eco di pietà in tutta Europa. Ma qual confronto fra questi due terremoti, pur così desolanti, e il cataclisma del 28 dicembre, la più grande tragedia che ricordi la storia, perchè superò quella del 1783, giudicata un’esagerazione rettorica del Colletta, e si compì sopra le due stesse riviere dello Stretto fatale! Nessuno dei vecchi e più terribili terremoti può dunque paragonarsi all’ultimo, nell’insieme e nei particolari; per la stagione e per l’ora; e solamente ebbe comune col terremoto di Melfi il fenomeno di una preventiva siccità. Il terremoto del 1851 e quello del 1857, descritti e studiati da uomini di scienza e di coltura, le cui narrazioni si congiungono a quella più tragica del Colletta, si riducono dunque a piccoli episodii innanzi all’ultimo, che ben può dirsi il maggior disastro che l’umanità ricordi! Per noi contemporanei esso rappresenta la visione più raccapricciante della nostra esistenza, anche perchè abbiamo veduto ripetersi gli stessi spettacoli di pietà e di terrore; di egoismi e di eroismi; di virtù e di ribalderie; e più di ogni altra cosa, abbiam potuto constatare la bancarotta della scienza e la disorganizzazione dei servizii pubblici: quella nel non prevenire; questa nel non provvedere a salvare migliaia di vite,