Pagina:La fine di un regno, parte III, 1909.djvu/56

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Muore Marco ed il capo strozando
Dell’averso Pascià loro duce:
La sua fama torrente di luce
Sarà sempre per sempre sarà.

Misse Marco l’estremo sospiro
Pien di fama, di lode, e di gloria
Fra noi tutti serbossìi memoria
Da noi tutti una lode ne avrà.

Egli è morto; e un nembo di freccie
Già ne piomba su i prodi guerrieri
Questo viene dai Turchi forieri
Che avvelti restaro fin or.

E ne cade quel forte drapello
Sovra il duce già morto: furente
Egli cadde: e su lui già lucente
Gli risplende la fama d’onor.

Quale il sol che la fronte ne ascose
Risplendente, dorata e vermiglia
All’Ocauso nell’altra famiglia
Lo splendore dei raggi mandò

Tale cadde quel nerbo di guerra
Pure adietro già i raggi di gloria
E la bellica e bella memoria
A noi gente d’Epiro lasciò. 1


Documento X, volume I, cap. X.


Agesilao Milani.



Vola, alma mia, sulla natal tua riva,
E di quel sol ti bea
Di cui ti stringe invan lungo desio!
Caro lido natio,
Ecco io ti veggio e l’aure tue risento!
Ma qual cupo lamento
L’aere percorre? Fosche nubi intorno
Velano il ciel sereno,
E in tetro ammanto il giorno
Sorge di duol presago e di spavento.
Un suon represso di lamenti pieno
Al cor mi giunge, e di pietade il pianto

  1. È detto sulla scheda così: Poesia autografa di Agesilao Milano, scritta nell’anno 1847 in San Demetrio, nell’età di 17 anni. È scritta su carta ordinaria rigata, in quattro colonne sulle due facciate esterne del foglio chiuso, con calligrafia molto chiara, quasi stampatello, che rivela la intenzione di renderne la lettura facile e comoda. Non è firmata, ma Francesco Lattari, che la vendè nel 1884 alla Vittorio Emanuele per lire trecento, come risulta dai registri della biblioteca, assicurò che fosse autografo del Milano; ed egli, calabrese e già direttore generale dell’archivio di Stato di Napoli, poteva saperlo. L’ode è spropositata parecchio, come si vede, ed abbonda d’idiotismi e di termini incomprensibili, ed ha una punteggiatura arbitraria. Dimostra anche troppo, che nel collegio di San Demetrio si studiava bene il latino, meglio il greco, e assai imperfettamente l’italiano. L’ho collazionata con ogni scrupolo e col concorso del mio carissimo e coltissimo Vincenzo Fago, bibliotecario della Vittorio Emanuele, e di un giovane di assai promettente avvenire, Enrico Molè di Catanzaro. Ma che sia fattura del Milano non vi è dubbio, essendo la mano di scritto identica a quella di altri autografi di lui, posseduti da Guglielmo Tocci.