Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) I.djvu/171

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dinando II, invece che indossava tutti i giorni l’uniforme, piaceva assistere a riviste, andar nei quartieri e parlare con ufficiali e soldati, familiarmente in dialetto, e chiamandoli per nome. Ogni anno a Sessa si formava il campo e si eseguivano evoluzioni tattiche a tema dato, alle quali il Re non mancava mai, anzi era egli che comandava uno dei partiti manovranti. Ogni giorno, a Napoli, una brigata per turno andava a far gli esercizi al campo di Marte; e una volta la settimana, tutta la guarnigione. Ferdinando II teneva a mostrare le sue milizie a quanti cospicui personaggi andavano in Napoli.

Nel 1847 venne a lui in mente di fare un simulacro di guerra per istruzione delle sue truppe e scelse Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano era di prendere d’assedio la città, per marciare poi sopra Napoli. Presero parte alla fazione campale ventimila soldati circa, di cui una metà fu disposta lungo la linea da Napoli a Pozzuoli, e l’altra metà imbarcata sovra battelli a vapore. L’armata di terra era comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d’Aquila.

Cominciato l’attacco, Ferdinando II tentò di sbarcare a Bagnoli; ma accortosi delle forze nemiche colà appiattate, prese a cannoneggiarle per tutto il littorale, mentre faceva dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riuscì vano, perchè Filangieri, in previsione di tale movimento, avea fortificato di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli ed impedì lo sbarco.

Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baja il suo corpo d’armata, scese a terra con le truppe, a piè di Montenuovo. Però, invece di muovere per Baja, prese la via littoranea per Pozzuoli, come il conte d’Aquila prese quella della collina superiore denominata Luciano, col disegno di stringere Pozzuoli da ambo i lati. Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell’imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comandò alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata, e dopo di aver fatto inoltrare il Re e la sua soldatesca, già sicuri della vittoria, fino all’abitato verso il palazzo Pollis, fu loro addosso con la truppa nascosta nei pressi del tempio di Serapide e sulla collina di San Francesco li circondò d’ogni parte e li fece tutti prigionieri. La sconfitta del Re formò per molti giorni oggetto di commenti. Sull’imbru-