Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/391

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Gaeta. Criscuolo ubbidì, ma le regie navi non si mossero. Affettuosi furono gli ultimi addii e molte le lacrime. La Regina pareva poco commossa, anzi non perse mai la sua presenza di spirito. Alle sei precise, il Messaggero salpò dal porto di Napoli, scortato, a poca distanza, dai due vapori spagnuoli.


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La città era calma: i teatri quasi tutti aperti, ma non affollati. Al San Carlo si rappresentava l’opera Il Folletto di Gressy e il ballo Margherita Gauthier; ai Fiorentini Michele Perrin; alla Fenice e al Sebeto La battaglia di Tolosa, e al San Carlino, Le finte inglesi.


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Il ministero, che non aveva più alcun carattere ufficiale, rifiutò le ripetute offerte del Villamarina, il quale, nello interesse dell’ordine pubblico, chiedeva di far occupare la città dai bersaglieri piemontesi, già pronti sulla Maria Adelaide. Si avvisò invece di chiamare presso di sè il sindaco e il generale della guardia nazionale, naturali rappresentanti della città, perchè ne trattassero la resa alla forza materiale di Garibaldi, cessando così i pericoli della guerra civile, o della dedizione incondizionata al Piemonte. Il principe d’Alessandria e il generale de Sauget furono incaricati di recarsi, a tal fine, a Salerno, la mattina seguente di buon’ora; ma prima di essi, furon fatti subito partire due ufficiali della guardia nazionale, che furono il comandante del primo battaglione Achille di Lorenzo, ed il luogotenente Luigi Rendina, con una lettera diretta a Garibaldi, con la quale il ministero gli annunciava che il Re era partito, e la dimane di buon’ora, sarebbero andati a Salerno il sindaco e il comandante della guardia nazionale, per prendere gli accordi opportuni circa l’ingresso del dittatore. Il Di Lorenzo e il Rendina partirono da Napoli con la ferrovia, alle sette. Non trovarono novità a Portici; poche bandiere tricolori a Torre del Greco e più a Torre Annunziata, dove uno sconosciuto, che viaggiava nello stesso vagone, toltosi l’abito borghese, si mostrò con la camicia rossa; e, montato sul tetto del treno, cominciò a gridare furiosamente: Viva l’Italia e Viva Garibaldi. A Pagani fu fatto però discendere, perchè la stazione seguente, quella di Nocera, era occupata dai