Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/398

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seppe chi ve l’avesse mandato, nè chi fosse. Il diario del Persano, pur così ricco di particolari insulsi, non ne fa motto. Dei superstiti nessuno sa dire di più. Quell’ufficiale intendeva forse parlare delle batterie del Carmine, ma l’incidente finì in una risata generale. Presso alla stazione di Napoli, De Sauget, vedendo molti operai ferroviarii, disse al Rendina: “È imprudente far discendere Garibaldi in mezzo a costoro, che son tutti soldati congedati e impiegati borbonici; appena il treno si fermerà, corri fuori la stazione e fa entrare il primo battaglione di guardia nazionale, che troverai, perchè faccia cordone; io pregherò Garibaldi di attendere„.

Ma, fermato appena il treno, Garibaldi disse: “Scendo un momento per soddisfare un piccolo bisogno„; e mentre Rendina saltava giù da uno sportello, per eseguire l’ordine di De Sauget, Garibaldi scese dallo sportello opposto;1 ed ecclissatosi per un momento, ricomparve in mezzo a tutti, calmo e bonario. Don Liborio era alla stazione, coi direttori De Cesare e Giacchi e nessun altro ministro. Era il tocco dopo mezzogiorno. Domenico Ferrante li presentò a Garibaldi e il Romano recitò i primi periodi di un indirizzo, che poi fu stampato e diffuso. Garibaldi strinse la mano a lui e ai direttori; avrebbe voluto avere con se don Liborio nella carrozza, ma li separò la folla, che nessuno riusciva più a contenere. Il sindaco d’Alessandria disparve. La guardia nazionale era stretta in mezzo da una moltitudine invasata. Già fin dalle 10 della mattina si raccoglievano nelle vie, che da Toledo vanno alla stazione, gruppi di popolani con bandiere d’ogni grandezza, mazze e stendardi. Si assisteva a scene esilaranti, anzi grottesche. Il conte Giuseppe Ricciardi, in piedi, dentro una carrozza, agitando una bandiera tricolore, urlava per Toledo: “A mezzogiorno arriva il dittatore; tutti alla stazione„. Aveva persa la voce, quando, scorto il più giovane dei fratelli Cottrau, Arturo, in uniforme di guardia nazionale, gl’impose di salire in carrozza con lui, gli affidò la bandiera e dai robusti polmoni di

  1. I particolare è riferito, con parole ancora più veristiche, da Luigi Rendina, in due sue lettere sull’entrata di Garibaldi a Napoli, pubblicate nella Lega del Bene (dicembre 1888 e gennaio 1889), insieme ad altri aneddoti non privi di qualche curiosità.