Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/184

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si saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.

La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi. Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh, la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in molte fiamme; la delicata sperimentò, molte colpe, per poter poi rendere al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevrosi terribile.

Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per non confermarmi nell’opinione che ella non fosse la famosa imitatrice dei grandi spasimi della voluttà e dell’amore. Portava il suo corpo le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione sincera, quale è il segreto della tua anima — quale e la tua segreta coscienza!» così io, filosofo, avrei voluto chiedere a lei, come già altre volte ho chiesto al sole, al mare, al fiore: «ditemi, o sole, o mare, quale è l’anima vostra». No, ipocrita, io non dico tutta la verità; io avrei voluto anche chiedere: