Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/253

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Per trenta lire caddero in poco tempo i tronchi secolari; e il freddo lampo della scure splendeva nella dolce sera; e il colpo, vibrato contro i tronchi, suonava nella mite sera.

Vidi le loro cupole di smeraldo, sconciamente a terra, illanguidire come recise chiome di giovanetta: poi farsi fulve come intinte di vero sangue. Vidi le umili piante della campagna circostante guardare con stupore e con pietà quei giganteschi tronchi caduti e da cadere: e quelli superstiti ancora intrecciavano le loro chiome come per difendersi e domandavano al sole, grande e potente, protezione; e il sole li vestiva nel vespero di ogni più bella luce, tolta allo smeraldo, al rubino; ma quella bellezza non placò la scure dell’uomo.

Anche ai rozzi uomini del mare chiesero pietà i pini: «Quando con i barchetti, dalle vele rosse, voi vi accostate alla riva, il nostro padiglione segna sul litorale il punto del vostro approdo. Perchè, dunque, ucciderci?»

O tristezze dell’anima ammalata; a me quei colpi di scure contro i meravigliosi tronchi risonavano nel cuore; tronchi così belli che parevano d’argento antico, chiome così trionfali, così spesse, così vive, chiome della terra, recise a colpi di scure; chiome stese sui miei bambini, come una mano amica: recise per trenta lire!