Pagina:La regina delle tenebre.djvu/119

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 113 —


doli di gentilezze, senza conoscerli neppur di nome.

— Bene, — disse Giame, sfuggendo un momento la compagnia, — vado e torno subito. —

Andò in cerca del servo. Cadeva una divina sera stellata: i rumori svanivano nell’aria fragrante; parte della folla erasi sbandata fra le macchie, stroncando e trascinando rami di lentischio per fare il fuoco di San Giovanni davanti al portone.

— Ghisparru, — disse Giame, trovato il servo, — noi siamo invitati a cena. Mia madre dormirà presso la prioressa. Tu cena col custode. Dà attenzione ai cavalli. —

E s’indugiò un momento, davanti al limpido orizzonte, pensando la poesia solitaria della brughiera, non profanata dalla folla.

A poco a poco un certo silenzio si fece intorno, dentro i cortili. La folla cenava.

Ghisparru e zio Juanne Battista infilarono un intero formagello in uno spiedo di legno, e lo arrostirono a fuoco lento. Poi il servo prese dalla bisaccia dei padroni anche il vino, le spianate (focaccie) lucenti come avorio, il burro ed il sale. E cenarono.

— Ha molti figli, il tuo padrone? — chiese il custode.

8 - DELEDDA. La regina delle tenebre.