Pagina:La vite, l'acquavite e la vita dell'operaio.djvu/29

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e la vita dell’operaio. 29


talamo gioie benedette e benedetti riposi, e trova le une e gli altri. Quel sonno è qualche cosa che confina con la morte. Da quel talamo egli non si leverà domani agile, forte e sereno; no. Alla dimane la mente è intenebrata e confusa; l’occhio fosco e torbido; le membra pese e cascanti. Sonnolento, accigliato, torvo, iracondo, eruttando fuor dalla gola suoni che qui non devono aver nome, lanciate altre maledizioni alla moglie ed a’ figli, ed altre bestemmie alla Provvidenza, esce fuori di casa e si avvia al lavoro.

Ma qual lavoro da una mente cosi sconvolta, da braccia fiacche e tremolanti! E quel lavoro più scarso e stentato è tanto pane di meno, è tanto maggior dolore e miseria per la povera famiglia. Non per questo, quando il turpe vizio è preso, si arresta sulla mala via: il bere diviene un bisogno imperioso, una passione irresistibile: l’abisso chiama l’abisso. Che diverrà mai questo coppo avvelenato d’acquavite, d’assenzio, di zozza? quest’anima che si condanna ciecamente all’abbrutimento e al suicidio? Io non ve