Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/236

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annotazioni. 203

rici — nè v’ha ragione di rapire a Senofonte l’onore di essere stato il primo editore di Tucidide.“— Letronne.

XIV. Era chiamato la Musa attica. — Gli antichi lodano unanimi la grazia e la dolcezza del suo stile. Cicerone lo chiama melle dulcior; dice, le Muse aver favellato per bocca sua. Secondo Quintiliano, sembra che le Grazie abbiano impastato la sua favella, e che la persuasione siasi assisa sulle sue labbra. — Fu soprannomato l’Ape attica, [testo greco]; e Menagio vorrebbe sostituita [testo greco] a [testo greco]. — Dionigi Alicarnasseo accorda a Senofonte ogni possibile dolcezza, ma afferma che non ha tutto il bello che si può desiderare. — La semplicità, la grazia, la chiarezza non gli sono contese da alcuno.

Lui e Piatone erano gelosi. — I fatti citati in prova di questa pretesa gelosia da alcuni antichi autori, secondo il Boeckh, sono poco concludenti. Però, osserva Letronne, uno ne rimane, impossibile a negarsi, ed è che Platone non mai, in alcuna delle sue opere, ricorda Senofonte, e questi, tranne una sola volta, e per cosa da nulla, non fa menzione del primo. Silenzio, che, se non gelosia, dimostra certo poca bevolenza.

XV. Per sentenza d’Eubido. — Osserva Letronne aver Laerzio inavvertitamente di due fatto un Eubulo solo. Senofonte, secondo il dotto francese, fu esiliato per decreto dell’arconte Eubulo, e per decreto dell’oratore dello stesso nome richiamato in patria.

CAPO VII.


Eschine.


III. Assioco. — Questo dialogo, probabilmente suo, fu pubblicalo più volle, e meglio corretto dal Fiscer, Lipsia, 1786, in 8.º