Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/219

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

RIME

     E hami dato d’un dardo dorato
Ch’in sino al centro del cor par che vada:
Or si diparte, e va in altra contrada;
8Ed io rimango, lasso, isventurato!
     Amanti e donne, correte a pregare
Questa giudea, che mi renda ’l cor mio
11E non mi faccia, come fa, penare:
     Ch’io veggo ben ch’ella si va con Dio,
Sì ch’i’ non veggio di poter campare;
14Poi che l’anima e ’l cor non è dov’io.

(Pubblicato di sul cod. vat. che fu dell’Orsino nel quaderno IV (aprile 1819) del Giorn. Arcad.)




III


     Una fera gentil più ch’altra fera
D’un bosco a pascer in selvaggio loco
Vidi passare e poi fermarsi un poco,
4Candida tutta con sua vista altera.
     Faceva invidia al sol ch’alla sua spera
Preso. . . . . . . . .
Nel vago aspetto apparve fiamma e foco:
8Attento io riguardai pur là dov’era.
     Poi per vago sentier seguii la traccia,
Misi ai bracchetti, e gittai rete al varco:
11Ma altri cacciatori a simil caccia
     Vidi correr con lor saette ed arco,
E seguitarla con più forti braccia.
14Che fia, non so; e pur me ne rammarco.
     Dïana, fa’ che ne’ tuoi prati verdi
16Questa candida cerva io non la perdi.

(Pubblicato di sul cod. 3213 vat. da F. Trucchi nel vol. II delle Poesie italiane inedite, ecc.)


— 213 —
Rime di Cino da Pistoia e d’altri del sec. XIV. 14