Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/254

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
FAZIO DEGLI UBERTI

E quanto amor mi combatte e martìra
Sì nel mio pianto parsi,
Che qualunque mi guarda ne sospira.
     Or se dubbiassi e mi volessi dire
50Che è che non sia morto in tanti stridi,
E poi come mi fidi
D’aver portato fede a que’ begli occhi;
I’ ti rispondo che tal’or venire
Mi par vedere Amore e che te guidi
55Gentil quanto ti vidi
Quando prima provai gli ardenti stocchi.
E par neve che fiocchi
Del tuo bel viso l’amorosa manna
Colla qual cibi gli spiriti miei;
60Sicchè tu se’ colei
Che campi me che morte non mi danna:
E poi mia fede è tal che, s’io volessi,
Partir non mi potrei
Da te nè far ch’un’altra mi piacessi.
65     Così com’egli è vero ciò ch’io scrivo.
Sì disbrami io di te veder la voglia
In prima che ti toglia
La tua terza stagion le verdi fronde;
Bench’io pur pensi che, come l’ulivo
70O ver l’abete al fin non perde foglia,
Così mai non si spoglia
Da te beltà per tempo che secondi;
Ch’i capei crespi e biondi
Gli occhi e la bocca ed ogni beltà tua
75Non fece Iddio perchè venisser meno,
Ma per mostrare a pieno
A noi l’esempio della gloria sua.
O luce mia a cui mi raccomando,
Per merito sì pieno,
80Sia grazïosa a questa ch’io ti mando.
     Canzon, non è bisogna ch’io ti dica
Dove tu dèi andar: ch’il sai com’io.
Sol ti prego per Dio
Che del tornar, quanto tu puoi, t’affretti;
85Che tu sai ben che sopra ogni fatica


—248—