Pagina:Le confessioni di Lev Tolstoj.djvu/15

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le confessioni 13

per me stesso, e compresi che tale religione era un inganno. Ma, cosa strana, pur avendo ben presto compreso tutta la menzogna di tale religione e avendola rinnegata, non seppi rinunciare al titolo che mi davano questi uomini, titolo di artista, di poeta, di maestro. M’immaginavo ingenuamente di essere poeta e artista e di poter insegnare a tutti senza saper io stesso ciò che insegnavo; e continuai in questo modo.

La mia relazione con quegli uomini mi valse un nuovo vizio: un orgoglio spinto fino alla malattia, e la folle sicurezza di credermi chiamato ad insegnare ciò che non sapevo io stesso.

Ora, quando ricordo questo tempo, lo stato del mio spirito d’alloŕa e quello di quegli uomini (del resto i loro simili si contano ora a migliaia), sento un insieme di pietà e vergogna; ho voglia di ridere, provo lo stesso sentimento che si prova in un manicomio.

Noi eravamo tutti convinti allora che bisognasse parlare e scrivere, pubblicare al più presto e il più possibile, che tutto questo fosse necessario per il bene dell’umanità, e migliaia di noi, nuocendosi e lanciandosi delle invettive reciprocamente, pubblicavano, scrivevano e istruivano gli altri. Senza notare che non sapevamo nulla, che al più semplice problema della vita: Che cosa è buono e che cosa è cattivo? non sapevamo che rispondere; senza dar retta a nessuno parlavamo tutti insieme, fingendo a volte di approvare e di lodare per essere noi pure approvati e lodati, a volte irritandoci gli uni contro gli altri come in un manicomio.

Migliaia di operai lavoravano giorno e notte, con tutte le loro forze, per stampare milioni di parole che la posta spargeva per tutta la Russia,