Pagina:Le confessioni di Lev Tolstoj.djvu/58

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zione dell’infinito per mezzo del finito e viceversa.

Io domandavo: Qual è il senso della mia vita all’infuori del tempo, delle cause, dello spazio? Mentre rispondevo alla domanda: Qual è il senso della mia vita tenendo conto del tempo, delle cause e dello spazio? E dopo un lungo lavoro del pensiero, rispondevo: nulla.

Nei miei ragionamenti associavo sempre, e non avrei potuto evitarlo, il finito al finito e l’infinito all’infinito. Ecco perchè il risultato era fatalmente questo: la forza è la forza, la sostanza è la sostanza, la volontà è la volontà, l’infinito è l’infinito, il nulla è il nulla: non poteva risultarne nient’altro.

Era qualcosa di analogo a ciò che arriva in matematica, quando, credendo di risolvere una equazione, si risolve un’identità. Il cammino del pensiero è esatto, ma il risultato si esprime con A=A, o X=X, o O=O. Ragionando sul problema del senso della mia vita, arrivavo a delle conclusioni identiche. Le risposte che tutte le scienze danno a questa domanda, sono delle identità.

Infatti la scienza strettamente intellettuale che, come fece Descartes, incomincia col dubbio assoluto su tutto, che esclude ogni sapere basato sulla fede e ricostruisce tutto sulle leggi della ragione e dell’esperienza, non può dare alla domanda della vita altra risposta di quella che ottenni, risposta vaga, indefinita.

Dapprincipio m’era parso che la scienza desse una risposta positiva — la risposta di Schopenhauer: la vita non ha senso, è un male. Ma rida Schopenhauer, è una risposta indefinita, una era positiva, che il mio sentimento soltanto l’aveva formulata così. La risposta nettamente