Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/162

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capitolo terzo. 135


labbra, ma giù nel cuore andava pensando qual bene la m’avrebbe voluto intantochè io mi fossi guadagnato quelli arredi da signore.

— Ora sei carino, che mi dai piacere, — riprese la Pisana canticchiando con quella sua vocina che mi par ancora di sentirla, e mi diletta le orecchie fin alla memoria. — Addio Carlino; io ti saluto, e vado da basso prima che non ritorni la Faustina.

— Voglio farti lume io!

— No, no, — aggiunse ella saltando giù dal letto, e impedendomi di far lo stesso con una delle sue mani; son venuta allo scuro, e tornerò giù come sono venuta.

— Ed io ripeto che non voglio che ti faccia male, e che ti farò lume fin sulla scala.

— Guai a te se ti muovi! — la mi disse allora cambiando tono di voce, e lasciandomi libero di muovermi, come sicura che il suo cenno avrebbe bastato a farmi star quatto.

— Mi fai andare in collera; ti dico che voglio scendere senza lume! io son coraggiosa, io non ho paura di nulla! io voglio andare come voglio io!

— E se poi ti succede di inciampare, o di perderti pei corritoi?

— Io inciampare o perdermi?.... Sei matto?.... Non son mica nata ieri!.... Addio, addio, Carlino. Ringraziami, poichè sono stata buona di venirti a trovare.

— Oh sì, ti ringrazio, ti ringrazio! le dissi io, col cuore slargato dalla consolazione.

— E lascia che io ringrazi te; la soggiunse, inginocchiandomisi vicino e baciucchiandomi la mano — perchè seguiti a volermi bene anche quando sono cattiva. Ah sì! tu sei proprio il fanciullo più buono e più bello di quanti me ne vengono dintorno, e non capisco come non mi castighi mai di quelle malegrazie che ti faccio qualche volta.

— Castigarti? perchè mai, Pisana? — io le andava di-