Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/157

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chinò gli occhi rabbrividendo, e suo fratello le mandò dì traverso un’occhiata fulminante. Io avea ben altro pel capo che di badare al significato di questa pantomima, e presi congedo assicurandoli, che ci saremmo veduti prima della partenza. Tornai indi in istrada, ma aveva più paura di prima di esser veduto; anzi ci aveva la vergogna per giunta alla paura. Mi importava moltissimo di non esser osservato, perchè la perfetta libertà da ogni molestia, nella quale eravamo rimasti fin allora io e la Pisana, mi persuadeva che i suoi parenti ignorassero la mia presenza in Venezia. Se fosse stato altrimenti, oh non era facile l’immaginarsi che ella si fosse rifuggita presso di me? Non mi figurava allora, che la scena della Pisana col tenente Minato avesse fatto gran chiasso, e che soltanto per timore dì compromettersi il Navagero e la contessa non ne chiedessero conto. Allo svoltar d’una calle mi trovai faccia a faccia con Agostino Navagero, più fresco e rubicondo del solito. Ambidue per scambievole consenso fingemmo di non ci riconoscere: ma egli si maravigliò di me più ch’io non mi maravigliassi di lui, e la vergogna fu maggiore dal mio canto.

Finalmente giunsi al convento, che le pietre mi scottavano sotto i piedi, e mi pentiva ad ogni passo di non avere aspettato la notte per quella passeggiata. Ben mi prefiggeva fra me di aprir l’animo mio alla Pisana alla prima occasione, e di dimostrarle come la felicità dì cui ella m’inebbriava fosse tutta a carico dell’onor mio, e come il rispetto alla patria, la fede agli amici, l’osservanza dei giuramenti mi stringessero a partire. In cotali pensieri entrai nel parlatorio, senza pensare che la reverenda poteva maravigliarsi di veder sua sorella in mia compagnia; ma non ci avea pensato la Pisana ed io pure non ci badai. Era la prima volta che vedeva la Clara dopo i suoi voti. La trovai pallida e consunta da far pietà, colla trasparenza di quei vasi d’alabastro nei quali si mette ad ardere un lumicino: un