Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/183

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capitolo decimoquinto. 175

ch’essa la fronte di melanconiche fantasie. La luna le batteva per mezzo al volto, e disegnandone il dilicato profilo, ne vezzeggiava a tre tanti la greca bellezza. Mi pareva la musa della tragedia, quando prima si rivelò pensosa e severa all’estro di Eschilo. Tutto ad un tratto, dopo un erta faticosa della via, giungemmo dov’essa radeva il sommo d’una rupe che impendeva precipitosa sul lago. La frana cadeva giù nera e cavernosa, sbiancata mestamente dalla luna in qualche nodo più rilevato; di sotto l’acqua nereggiava profonda e silenziosa; il cielo vi si specchiava entro senza illuminarla, come succede sempre, quando la luce non viene di traverso ma a piombo. Io mi fermai a contemplare quel tetro e solenne spettacolo, che meriterebbe una descrizione finita da una penna più maestra o temeraria della mia. L’Aglaura si protese sulla repente caduta della roccia, e parve assorta per un istante in più tetre meditazioni. Ohimè! Io pensava intanto ai tranquilli orizzonti, alle verdi praterie, alle tremolanti marine di Fratta: rivedeva col pensiero il bastione di Attila, e il suo vasto e maraviglioso panorama, che primo m’avea incurvato la fronte dinanzi la deità ordinatrice dell’universo. Quanti fiori di mille disegni, di mille colori racchiude la natura nel suo grembo, per ispanderli poi sulla faccia multiforme dei mondi!.... Mi riscossi da cotali memorie a un lungo e profondo sospiro della mia compagna: allora la vidi avventarsi in avanti, e rovinar capovolta nell’abisso che le vaneggiava a’ piedi. Mi scoppiò dalla gola un grido così straziante, che impaurì quasi me stesso; lo spavento mi drizzava i capelli sul capo, e mi sentiva attirare anch’io dal vorticoso delirio del vuoto. Ma raccapricciava al pensiero di volgere un’occhiata a quella profondità, e fermarla forse nelle spoglie inanimate e sanguinose della misera Aglaura. In quella mi parve udire sotto di me e non molto lontano un fioco lamento. Mi chinai sul ciglio della rupe, tesi l’orecchio, e