Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/286

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278 le confessioni d’un ottuagenario.

CAPITOLO DECIMOTTAVO.


Il milleottocento. — Sventura d’un gatto e mia felicità amorosa durante l’assedio di Genova. — L’amore mi abbandona e son visitato dall’ambizione. — Ma guarisco in breve dalla peste burocratica, e quando Napoleone si fa Imperatore e Re, io pianto l’Intendenza di Bologna, e torno di buon grado miserabile.


Il nostro secolo, (perdonate: dico nostro a nome di tutti voi; quanto a me ho qualche diritto anche sul passato, e quello d’adesso non lo tengo già più che colle punte delle dita) il nostro secolo o il vostro adunque che sia, è uscito nel mondo in una maniera molto bizzarra: volle farla tenere ai fratelli che lo aveano preceduto, e mostrare che per chi cerca novità ad ogni costo, la mèsse non manca mai. Infatti egli capovolse tutti i sistemi, tutti i ragionamenti che affaticavano i cervelli da cinquant’anni prima; e cogli stessi uomini si è messo in capo di raggiungere scopi perfettamente contrarii. Abbondarono poi gli empirici, che incamuffato di sillogismi il paradosso lo cambiarono in un perfetto accordo dialettico: ma io che non sono un giocoliero, resterò sempre della mia opinione. Si fà, e si disfà; e disfacendo non si finisce per nulla ciò che s’era fatto: tutt’altro! Or dunque all’anno che finiva coi martiri repubblicani e colle vittorie dei confederati, ne successe un altro che distrusse a Marengo l’effetto di queste e di quelli, e recò in mano di Bonaparte, reduce dall’Egitto, le sorti d’Europa. Il Primo Console di trent’anni non era più il generale di ventisei, che dava udienza radendosi la barba: egli andava già maturando fra sè e sè i paragrafi del cerimoniale di corte. Vi chieggo scusa di intromettervi in quest’ultima parte della mia storia col fastoso