Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/294

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286 le confessioni d’un ottuagenario.

— Ti raccomando, sai! Perchè oggi ho potuto trovare un mezzo piccione e l’ho pagato un occhio della testa, ma domani siamo proprio sprovvisti affatto. —

Il valoroso colonnello mi lasciò con un gesto di promessa immanchevole; e pensò forse lungo la strada al modo di non esporsi troppo, coi vezzi che avrebbe dovuto fare alla padrona di casa per isnidarle il gatto dal seno. Il giorno appresso non erano le dieci, che l’ordinanza di Alessandro mi portò in casa la famosa fiera: infatti il peso non era minore della fama, e non mi ricordava mai d’aver veduto neppur nelle cucine di Fratta un gatto così smisurato.

— E cosa n’è del tuo padrone? — chiesi con fare svagato all’ordinanza.

— L’ho lasciato nella sua stanza che strepitava con tutte le donne della casa — mi rispose il soldato. — Ma egli è avvezzo a tener testa ai Russi, nè avrà paura di quattro gonnelle. —

Un quarto d’ora dopo io avea già consegnato la bestia alla cuoca che ne cavasse la maggior quantità possibile di brodo, intorbidandogli il sapore gattesco con sedani e cipolline, quando mi capitò dinanzi Alessandro tutto sconvolto ed arruffato, che pareva Oreste perseguitato dalle furie, e rappresentato dal Salvini. Appena entrato in camera si buttò sopra una poltrona strepitando e bofonchiando, che piuttosto che dar la caccia a un altro gatto sarebbe uscito dai castelli per conquistare un bue contro i Tedeschi, i Russi e quanti altri ne volessero venire. Io aveva più voglia di ridere che di piangere; ma mi trattenni per non fargli dispiacere.

— Senti cosa mi capita! — diss’egli dopo aver buttato via il cappello dispettosamente. — Io avea pensato di mandar la portinaja fuori di casa, e la cameriera in cerca della portinaja; sicchè in quel frattempo la padrona saliva