Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/38

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30 le confessioni d'un ottuagenario.

intimare l’abdicazione ad un Doge!... Due secoli prima l’intero Consiglio dei Dieci s’era presentato al Foscari, per chiedergli il corno e l’anello. Venezia tutta, silenziosa e tremante, aspettava sulla soglia del palazzo la gran novella dell’ubbidienza o del rifiuto. Il vecchio e glorioso Doge preferì l’ubbidienza e ne morì di dolore: ultima scena terribile e solenne d’un dramma misterioso. Qual divario di tempi!... L’abdicazione del Doge Manin potrebbe entrare come incidente in una commedia del Goldoni senza tema di derogare alla propria gravità.

Intanto partirono il Procuratore e lo Zorzi, partì il Villetard col Battaja e alcuni altri patrizii, stupidamente traditori di se stessi: restammo noi pochi, l’eletta, il fiore della democrazia veneziana. Il Dandolo era quello che parlava di più, io certo quello che ci capiva meno. Lucilio s’era rimesso a passeggiare, a tacere, a pensare. Tutto ad un tratto egli si volse a noi con cera poco contenta, e disse quasi pensando a voce alta:

— Temo che faremo un bel buco nell’acqua!

— Come? — gli diede sulla voce il Dandolo. — Un buco nell’acqua ora che tutto arride alle nostre brame?... Ora che i carcerieri della libertà impugnano essi medesimi lo scalpello per infrangerne i ceppi? Ora che il mondo redento alla giustizia ci prepara un posto degno, onorato, indipendente al gran banchetto dei popoli, e che il liberatore d’Italia, il domatore della tirannide ci porge la mano egli stesso per sollevarci dall’abjezione ove eravamo caduti?

— Io sono medico, — soggiunse pacatamente Lucilio. — Indovinare i mali è mio ministero. Temo che le nostre buone intenzioni non abbiano bastevole radice nel popolo.

— Cittadino, non disperare della virtù al pari di Bruto! — uscì a dire come ruggendo un giovinetto quasi imberbe, e di fisonomia tempestosa. — Bruto disperò morendo; noi siamo per nascere! —