Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/442

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434 le confessioni d’un ottuagenario.

noje maritali è corsa a Napoli, e che io deggio unicamente ad un sentimento di compassione tutta l’assistenza di cui m’è stata generosa?...

— Dunque voi sospettate ch’ella non serbi più per voi l’amore d’un tempo?

— Ne sono certo, dottore, ne sono persuaso come della mia propria esistenza. Perchè io sia cieco, non veggo meno perciò col discernimento. Conosco l’indole della Pisana come la mia stessa, e so ch’ella non è capace di assoggettarsi a certi riguardi, nulla nulla che un’interna inquietudine la spinga a violarli. Vi parlo così alla libera, perchè siete fisiologo, e le umane debolezze vorrete compatirle, massime quando mescolate a tanta dose di magnanimità. Ve lo ripeto, la convivenza affatto fraterna di questi due anni mi convinse che la Pisana ha dimenticato il passato; e non duro fatica a crederle che la sola pietà le sia stato incentivo a tanti miracoli di affetto e di devozione. Del resto l’umor suo è troppo bizzarro, per ubbidire ad una massima premeditata di continenza.

— Oh Carlo, trattenetevi dai giudizi precipitati! Questi temperamenti straordinari son quelli appunto che sfuggono alle regole comuni. Diffidate del vostro discernimento, ve lo ripeto: gli occhi del corpo alle volte ragionano assai meglio che quelli dell’anima, e se vedeste...

— Che bisogno ho io di vedere, dottore?... Non sapete... che io l’amo ancora, che l’ho amata sempre?... Non vi ho narrato l’altro giorno la storia del mio matrimonio?... Oh pur troppo ella ha giurato di farmi sentire quanto perdetti, uscendo da quell’intima parte del cuore ove m’avea ricevuto!... Pur troppo ella punisce colla compassione un amore troppo docile insieme ed ostinato. È un castigo tremendo, una crudeltà raffinata la vendetta coi benefizi!

— Tacete, Carlo; ognuna delle vostre parole è un sacrilegio.