Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/495

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capitolo ventesimoprimo. 487

nio, e s’aggiungeva in fondo una affettuosa noterella dell’Aglaura, dove interpretando ella i più timidi desiderii del marito, e di suo nipote, mi pregava di voler assistere in persona allo sposalizio. «Se lo spettacolo d’un popolo libero pel proprio eroismo può aggiunger forza all’affetto di padre e di fratello, conchiudeva ella, io ti esorto a venire, e vedrai cosa unica al mondo, e che ti darà animo se non altro a vivere e a morire sperando.»

Il commercio della mia Ditta colla quale avea continuato le relazioni e gli affari della casa Apostolus mi metteva in grado di intraprendere questo viaggio senza disagio: tanto più che mio cognato Bruto e Donato erano piucchè capaci di supplire alla mia mancanza. Avrei anche desiderato che l’Aquilina mi fosse compagna, ma lo impedirono i due piccoli. Così mi partii solo, sopra la nave d’una casa corrispondente, al principiare d’agosto del mille ottocento trenta, quando appunto la rivoluzione di Francia metteva in subbuglio o per un verso o per l’altro tutte le teste d’Europa. Giunsi a Napoli di Romania tre settimane dopo; e come diceva l’Aglaura, fu veramente un graditissimo spettacolo quello di vedere la baldanza e la sicurezza di un popolo, che si avea tolto dal collo un giogo di quattro secoli, e portava impressi ancora sulla fronte la gioia e l’orgoglio del trionfo. Solamente continuava qualche malcontento per l’ingratitudine che il governo dimostrava ai vecchi capitani della guerra. Erano cervelli un po’ caldi, più atti a infervorarsi sul campo di battaglia che ad assottigliare disquisizioni legali; ma non bisognava dimenticare i loro immensi servigi, e punirli di sì scusabili difetti colla prigione e coll’esiglio.

Io faceva eco ai lamenti che movevano Spiro e Teodoro di cotali ingiustizie, ma Luciano me ne rimproverava come d’una inescusabile debolezza. Ogni arte, secondo lui, doveva tendere a’ suoi fini senza piegare, senza pat-