Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/569

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l’animo mio!... Non ho più famiglia, nè nome. Sono uno schiavo della penitenza che ricomprerà i proprii diritti d’uomo, di cittadino, di figlio, a prezzo della sua vita. E quando i fratelli leggeranno in lettere di sangue le virtù del fratello, allora s’apriranno le braccia, e sorgeranno mille voci a festeggiare il ritorno dell’uomo redento. Nessuno qui mi conosce; mi chiamano Aurelio Gianni, un trovatello dell’umanità, un guerriero della giustizia, e nulla più. Cerco i posti più arrischiati, combatto le scaramucce più audaci; ma il cielo mi vede e mi protegge, il cielo che mi darà vita bastevole a rigenerare il mio nome.

Tonale, luglio 1848.

Suonano tristissime voci; il nostro esercito è in volta; noi sentinelle perdute fra le gole dei monti, difendiamo il confine che ci fu affidato, nè chiediamo oltre. Battaglie continue ma senza gloria, patimenti lunghi e ignorati, veglie di mesi interi, interrotte da sonni sospesi e da brevi avvisaglie. Cotale era il tirocinio che mi conveniva. Dove la speranza della gloria e l’emozione acuta del pericolo compensano ad usura il sacrifizio della vita, non è il luogo di chi cerca penitenza e perdono. Ma qui sopra queste erte montagne che si avvicinano al cielo, in mezzo ai burroni profondi e ai fragorosi torrenti, qui vengono i peccatori a cercar Iddio nella solitudine, qui salgono i soldati della libertà alla redenzione del martirio.

Dopo aver combattuto nelle prime file d’una giornata campale, dopo aver piantato uno stendardo sul bastione nemico, dopo aver ributtato la carica dei lancieri, e gridato l’urlo della vittoria sui cannoni inchiodati, chi sarà tanto prosuntuoso da dire: io ho ben meritato dalla patria, datemi la corona di quercia?

La ricompensa è nella grandezza, nella fama del-