Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/153

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strada; mi ritirava di giorno in luoghi remoti, e viaggiava la notte per quanto le forze me lo permettevano; giunsi finalmente negli stati del re mio zio, e mi recai alla sua capitale. Gli feci una lunga relazione della tragica causa del mio ritorno e della triste condizione nella quale mi vedeva. — Aimè,» sclamò egli, «non bastava aver perduto mio figlio, che doveva udir ancora la morte d’un fratello diletto, e veder voi nel deplorabile stato in cui siete!» Mi esternò la sua inquietudine per non aver ricevuto nuova alcuna del principe suo figliuolo, malgrado le diligenti ricerche fatte. Piangeva l’infelice padre a calde lagrime nel parlarmi, e mi sembrò sì afflitto che non seppi resistere al suo dolore, e mi fu impossibile osservare più a lungo il giuramento fatto al principe mio cugino, talchè raccontai al re suo padre quanto m’era noto. Ascoltommi il re con qualche specie di conforto, e quand’ebbi finito: — Nipote,» mi disse, «il vostro racconto mi dà alcun raggio di speranza. Io ho saputo che mio figlio faceva erigere quella tomba, e ne so a un dipresso il sito; coll’idea che ve n'è rimasta, ho fiducia di trovarla. Ma poichè l’ha fatta costruire segretamente, e vi fece giurare di non parlarne, son d’avviso di andarla a cercare noi due soli, ond’evitare ogni pubblicità.» Aveva poi egli un’altra ragione, che non mi comunicò, di tener occulta la cosa a tutti; ragione importantissima, come la continuazione del mio racconto vi farà conoscere.

«Ci travestimmo amendue, ed usciti per una porta del giardino che metteva sulla campagna, fummo assai fortunati per trovare in breve ciò che cercavamo. Riconobbi la tomba, e ne provai tanto maggior gioia, in quanto che prima l’aveva cercata lungamente indarno. Entrati, trovammo turato l’ingresso della scala dalla botola di ferro; con gran pena la sollevammo,