Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/268

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NOTTE LXXII


— Sindbad, proseguendo la sua storia, disse alla compagnia: «Quando il capitano della nave m’intese parlare così: — Gran Dio!» sclamò; «di chi fidarsi ormai? Non c’è più buona fede fra gli uomini. Io vidi perire Sindbad co’ miei propri occhi; i passaggeri, ch’erano al mio bordo, l’hanno al pari di me veduto, e voi osate dire d’essere quel Sindbad? Qual audacia! Al vedervi, sembrate uomo probo; eppure mi dite una falsità orribile, per appropriarvi cose che non v’appartengono. — Abbiate pazienza,» risposi al capitano, «e fatemi la grazia d’ascoltare quanto sono per raccontarvi. — Ebbene,» ripigliò egli, «che cosa vorrete dire? Parlate; vi ascolto.» Gli narrai allora come mi fossi salvato, e per quale avventura avessi incontrato i palafrenieri del re Miragio, che mi avevano condotto alla sua corte.

«Egli si sentì smosso dal mio discorso; ma fu in breve persuaso ch’io non era un impostore, poichè giunte intanto persone della sua nave, queste mi riconobbero ed esternarono la loro gioia al rivedermi. Infine, mi riconobbe anch’egli, e gettandomi le braccia al collo: — Sia lodato Iddio,» mi disse, «che siete felicemente scampato da sì grave pericolo! Non saprei abbastanza attestarvi il piacere che ne sento. Ecco la vostra roba; prendetela, v’appartiene; fatene quello che vi piace.» Lo ringraziai, e lodatolo della sua probità, per riconoscenza lo pregai d’accettare alcune merci ch’ egli ricusò.

«Scelsi allora quanto trovai di più prezioso nelle mie balle, e ne feci dono al re Miragio; e siccome questo principe sapeva la disgrazia accadutami, mi