Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/290

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vammo frutti ed acqua dolce che servirono a ristorarci. Riposammo anche la notte nel sito ove avevaci gettati il mare, senza aver preso alcun partito su quanto dovevasi fare, tanto fu la nostra costernazione per tal disgrazia.

«Il giorno seguente, sorto il sole, ci allontanammo dalla spiaggia, ed inoltrandoci nell’isola, scorgemmo alcune abitazioni, verso le quali procedendo, vedemmo venirci incontro molti negri che ne circondarono, s’impadronirono di noi, e ne fecero tra loro una specie di divisione, conducendoci poscia alle proprie case.

«Cinque miei compagni ed io fummo tratti in uno stesso luogo, ove ci fecero sedere e ci presentarono certa erba, invitandoci coi segni a mangiare. I miei compagni, senza riflettere che quelli che la servivano astenevansi dal mangiarne, non consultarono che la fame, e si gettarono su quei cibi con avidità. Ma io, nel presentimento di qualche superchieria, non volli neppure assaggiarne, e me ne trovai contento; che poco dopo m’avvidi che a’ miei compagni era smarrita la ragione, e parlandomi, non sapevano cosa si dicessero.

«Recarono poscia riso preparato con olio di cocco, ed i miei camerati ne mangiarono abbondantemente; io ne mangiai pure, ma pochissimo. Avevanci i negri presentata prima quell’erba per turbarci la mente, togliendone così il dolore che cagionar ne doveva la trista conoscenza della nostra sorte, e ci davano il riso per ingrassarci, essendo essi antropofagi, ed intendendo divorarci quando fossimo impinguati: e così appunto accadde ai miei compagni, i quali, perduto il senno, ignoravano il loro destino. Ora, poichè io mi era conservato in cervello, indovinerete, o signori, che invece d’impinguare come in altri, divenni ancor più magro; il timore della morte, ond’era continuamente agitato, volgendo in veleno tutti gli alimenti che pren-