Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/197

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«Poco tempo dopo la morte di Abu Aibu, Ganem stava discorrendo colla madre sugli affari di casa, ed a proposito de’ carichi di merci che trovavansi nel magazzino, chiese cosa volesse significare lo scritto che su ciascuna balla leggevasi. — Figliuolo,» gli rispose la madre, «vostro padre viaggiava ora in una provincia ed ora nell’altra, ed aveva l’uso, prima di partire, di scrivere su d’ogni balla il nome della città dove proponeasi di andare. Aveva messo tutto in ordine per fare il viaggio di Bagdad, e stava per partire, quando la morte...» Non ebbe forza di continuare; la memoria troppo viva della perdita del marito non le permise di proseguire, e le fece versare un torrente di lagrime.

«Non potè Ganem veder la madre sua intenerita senza commoversi anch’egli. Rimasero quindi alcuni momenti senza parlare; ma egli infine si rimise, e quando vide la madre in istato d’ascoltarlo, le disse: — Poichè mio padre ha destinato queste merci per Bagdad, e non è più in grado di mettere ad effetto il suo disegno, mi disporrò dunque io a fare tal viaggio. Credo anzi sarà meglio che solleciti la mia partenza, nella tema di veder guastate queste mercanzie, o di perdere l’occasione di venderle vantaggiosamente. —

«La vedova di Abu Aibu, la quale amava teneramente il figliuolo, si spaventò di quella sua risoluzione. — Figlio,» gli rispose, «non posso che lodarvi del voler imitare vostro padre; ma pensate che siete troppo giovane, senza esperienza, e niente affatto avvezzo alle fatiche de’ viaggi. D’altra parte, volete abbandonarmi, ed aggiugnere nuovo dolore a quello che mi opprime? Non sarebbe meglio vendere queste merci ai negozianti di Damasco, e contentarci d’un ragionevole guadagno, che non esporvi a perire? —