Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/202

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NOTTE CCLXX


— Sire, Ganem, che dall’alto della palma aveva intese le parole proferite dagli schiavi, non sapeva cosa pensare di quell’avventura. Giudicando dover quella cassa racchiudere qualche cosa di prezioso, e che la persona alla quale apparteneva avesse le sue ragioni per farla nascondere in quel cimitero, risolse di chiarirsene sul momento; disceso dalla palma, avendogli la partenza degli schiavi tolta ogni paura, cominciò a lavorare alla fossa, e vi adoperò tanto bene mani e piedi, che in poco tempo mise la cassa allo scoperto; ma trovolla chiusa con una forte serratura, nuovo ostacolo che lo mortificò grandemente, impedendogli così di soddisfare la sua curiosità. Pure non si smarrì di coraggio, e venendo nel frattempo a spuntare il giorno, la sua luce gli fece scoprire, sparsi pel cimitero, varii grossi ciottoli. Ne scelse uno col quale non durò molta fatica a rompere la serratura, ed allora, pieno d’impazienza, aprì il forziere. Ma invece di trovarvi danaro come se lo era immaginato, Ganem fu colto da estrema sorpresa vedendovi una giovane dama d’impareggiabile bellezza. Dal colorito fresco e vermiglio, e più ancora da una respirazione dolce e regolare, conobbe ch’era piena di vita; ma non poteva comprendere perchè, se non era che addormentata, non si fosse desta allo strepito da lui fatto nel rompere la serratura. Aveva un vestito così magnifico, braccialetti ed orecchini di diamanti, con una collana di perle fine tanto grosse, ch’ei non dubitò un momento non foss’ella una dama fra le prime della corte. Alla vista di sì