Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/241

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speranza di trovarvi Ganem, benchè non dovessero lusingarsi ch’egli abitasse in una città dove il califfo faceva la sua dimora, ma pure lo speravano perchè lo bramavano. La loro tenerezza per lui, ad onta di tutte le sciagure, cresceva piuttosto che diminuire: i loro discorsi volgevano solitamente intorno a lui, domandandone anche notizia a tutti quelli che incontravano. Ma lasciamo Forza de’ Cuori e sua madre per tornare a Tormenta.

«Stava questa sempre rinchiusa strettamente nella torre oscura, fin dal giorno stato sì funesto a Ganem ed a lei. Tuttavia, per quanto molesta le fosse la prigione, n’era molto meno dolente che della disgrazia di Ganem, la cui sorte incerta cagionavale un’inquietudine mortale, non essendovi momento che non lo compiangesse.

«Una notte che il califfo passeggiava solo nel ricinto del palazzo, lo che accadevagli di sovente, essendo egli il principe più curioso del mondo, e cui talvolta, nelle sue notturne passeggiate, venivano a cognizione certe cose che accadevano nel palazzo, le quali senza di ciò non gli sarebbero mai state note; una notte dunque, passeggiando, passò presso alla torre oscura, e credendo di udir parlare, si fermò; avvicinossi alla porta per ascoltar meglio, ed intese distintamente queste parole, che Tormenta, sempre in preda alla memoria del giovine mercadante, a voce alta pronunciava: — O Ganem! troppo sfortunato Ganem! dove sei adesso? In qual luogo ti ha condotto il deplorabile tuo destino? Aimè! son io che ti ho reso infelice! Perchè non mi lasciasti perire miseramente, invece di prestarmi il tuo generoso soccorso? Qual tristo frutto hai tu raccolto delle tue cure e del tuo rispetto? Il Commendatore de’ credenti, invece di ricompensarti, ti perseguita in premio d’avermi considerata mai sempre come persona ri-