Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/295

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le mani legate, e vedeasi a’ suoi piedi un fanciullino di due o tre anni, il quale, quasi dividendo le disgrazie della madre, piangeva di continuo, empiendo l’acre delle sue grida.

«Colpito mio padre da quel commovente oggetto, fu alla prima tentato d’entrare nella capanna ed attaccar il gigante; ma riflettendo che ineguale sarebbe la pugna, si fermò, e risolse, poichè le sue forze non bastavano, di vincere per sorpresa. Frattanto il gigante, votata la brocca e mangiata più della metà del bue, si volse alla donna, e le disse: — Bella principessa, perchè mi obbligate colla vostra ostinazione a trattarvi con tal rigore? Sta in voi sola essere felice: non avete che a determinarvi di amarmi ed essermi fedele, e vi userò maniere più cortesi. — O satiro spaventoso,» rispose la donna, non isperare che il tempo diminuisca l’orrore che ho per te! Sarai sempre un mostro a’ miei occhi!» E furono quelle parole seguite da tante ingiurie, che il gigante se ne irritò. — Questo è troppo,» gridò con furibondo accento; «l’amor mio disprezzato si converte in rabbia; l’odio tuo suscita finalmente il mio; sento che già trionfa de’ miei desiderii, e che bramo la tua morte con maggior ardore che non desidero possederti.» Ciò dicendo, afferra la disgraziata donna pei capelli, la tiene con una mano sospesa in aria, e coll’altra, sguainata la sciabola, stava per troncarle il capo, quando il re mio padre scocca una freccia e la vibra nel petto al gigante, il quale vacilla e cade sul momento privo di vita.

«Entrò allora mio padre nella capanna, e slegate le mani alla donna, le chiese chi fosse e per qual avventura colà si trovasse. — Signore,» quella gli rispose, «sono sulla spiaggia del mare varie famiglie saracene, le quali hanno per capo un principe, ch’è mio marito. Il gigante che uccideste era uno