Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/310

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a voi, siate certo che i vostri servigi saranno ben ricompensati. —

«Uscito il chirurgo, Piruzè rimase sul sofà nell’abbattimento che ognun si può immaginare, e commovendosi alla memoria di Kodadad: — O figlio mio,» sclamava, «eccomi dunque per sempre priva del diletto di vederti! Allorchè ti lasciai partire di Samaria per venire in questa corte, e ricevetti i tuoi addii, aimè! io non credeva che una morte funesta ti mietesse lungi da me! O sventurato Kodadad! Perchè lasciarmi? Non avresti, in vero, acquistata tanta gloria, ma vivresti ancora, e non costeresti tante lagrime a tua madre.» Ciò dicendo, piangeva amaramente; e le due confidenti del suo dolore mescevano le loro alle di lei lagrime.

«Mentre affliggevansi a vicenda tutte e tre, entrò il re nel gabinetto, e scorgendole in quello stato, chiese a Piruzè se avesse ricevuto tristi notizie di Kodadad. — Ah signore,» rispose quella, «tutto è finito; mio figlio ha perduta la vita! e per colmo di dolore, non posso rendergli gli onori della sepoltura, poichè, secondo tutte le apparenze, le bestie feroci lo hanno divorato.» E subito gli raccontò quanto detto le aveva il chirurgo, non mancando di diffondersi sul modo crudele, onde Kodadad era stato assassinato dai fratelli.

«Il re non diede tempo a Piruzè di finire il racconto infiammato d’ira, e cedendo al suo trasporto: — Signora,» le disse, «i perfidi che fanno scorrere le vostre lagrime, e che cagionano al padre loro questo mortal dolore, ne proveranno il giusto castigo.» Sì dicendo, quel principe, col furore dipinto negli occhi, recasi alla sala d’udienza, dove stavano i cortigiani e quelli del popolo che aveano da fargli qualche preghiera, i quali, tutti maravigliati al vederlo comparire con quell’aria furiosa, lo giudicano in collera