Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/328

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di paste di mandorle secche. Verso sera, accesero i lumi; quindi Abu Hassan fecesi mettere accanto tazze e bottiglie, e pregò la madre che facesse cenare lo schiavo del califfo.

«Quando il finto mercante, vale a dire il califfo, ed Abu Hassan si furono rimessi a tavola, questi, prima di toccare la frutta, prese una tazza, si versò da bere pel primo, e tenendola in mano: — Signore,» disse al califfo, il quale era, secondo lui, un mercante di Mussul, «voi sapete, al par di me, che il gallo non beve mai se non chiama le galline per venir a bere con lui; v’invito dunque a seguire il mio esempio. Non so cosa ne pensiate; quanto a me, mi sembra che un uomo il quale abborri il vino e voglia fare il saggio, non lo sia altrimenti. Lasciamo dunque da parte tal sorta di gente col loro umore tetro e dispettoso, e cerchiamo l’allegria; essa sta nella tazza, e questa la comunica a coloro che la votano. —

«Mentre Abu Hassan beveva: — Ciò mi piace,» disse il califfo, prendendo la tazza a lui destinata, «ed ecco quello che si chiama un brav’uomo. Vi amo per codesto umore e quest’allegria, ed aspetto che ne versiate anche a me. —

«Non ebbe l’altro appena bevuto, che riempiendo la tazza presentatagli dal califfo: — Assaggiatelo, signore,» gli disse, «lo troverete buono.

«— Ne sono persuaso,» rispose il califfo ridendo; «è impossibile che un uomo par vostro, non sappia scegliere le cose migliori. —

«Mentre il califfo beveva: — Non fa d’uopo se non appena guardarvi,» riprese Abu Hassan, «per avvedersi a prima vista, che siete di quelli che hanno veduto il mondo e sanno vivere.

«Se la mia casa,» soggiunse in versi arabi, «fosse capace di sentimento, e sensibile al motivo di gioia ch’ella ha di possedervi, lo manifesterebbe alta-