Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/554

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giunse il genio, «non è di mia attinenza: io non sono schiavo che dell’anello; rivolgiti allo schiavo della lampada. — Se così è,» tornò a dire Aladino, «ti comando dunque, per la potenza di codesto anello, di trasportarmi al luogo dov’è il mio palazzo, in qualunque sito della terra esso sia, e depormi sotto le finestre della principessa Badrulbudur.» Appena ebbe finito di parlare, tosto il genio lo trasportò in Affrica, in mezzo ad un prato dove stava il palazzo, poco lontano da una grande città, e depostolo precisamente sotto le finestre dell’appartamento della principessa, ivi lo lasciò. Tutto ciò fu eseguito in un attimo.

«Malgrado l’oscurità notturna, Aladino riconobbe benissimo il suo palazzo e l’appartamento della consorte; ma siccome la notte era inoltrata, e tutto pareva tranquillo nella dimora, si trasse alquanto in disparte, e sedè appiè d’un albero. Colà, pieno di speranza, riflettendo alla sua buona ventura, ond’era debitore al mero caso, trovossi in una situazione molto più tranquilla che non quando era stato arrestato, condotto davanti al sultano, e liberato dall’imminente pericolo di perdere la vita. S’intertenne alcun tempo in questi grati pensieri; ma infine, essendo cinque o sei giorni che non dormiva, non potè trattenersi di cedere al sonno che l’opprimeva, e si addormentò appiè dell’albero dove riposava.

«Alla domane, mentre sorgeva l’aurora, Aladino fu piacevolmente risvegliato non solo dal garrulo canto degli augelli che avevano passata la notte sull’albero sotto cui stava coricato, ma benanche sugli alberi fronzuti del giardino del palazzo. Volse egli allora primieramente gli occhi sullo stupendo edifizio, e si sentì penetrato d’inesprimibil gioia vedendosi sul punto di ritrovarsene in breve padrone, ed in pari tempo di posseder di nuovo la sua cara Badrulbudur. Alzatosi adunque, si avvicinò all’ap-